martedì 31 luglio 2018

Voto alle donne

L’avventura delle suffragiste.
VOTO ALLE DONNE. 
Tra il XIX e il XX secolo, le donne britanniche lottarono per il diritto di voto, che fu riconosciuto in parità di condizioni con gli uomini solo nel 1928. La protesta sfociò con sabotaggi e scioperi della fame, e molte suffragiste dovettero affrontare il carcere.

Numero commemorativo del quotidiano the Suffragette dedicato a Emily Davison, edito da Christabel Pankhurst il 13 giugno 1913. 

Venerdì 3 agosto 1832 il parlamento britannico discusse la petizione di una certa Mary Smith di Stanmore. Poiché pagava le tasse ed era soggetta alle stesse leggi degli uomini, la donna riteneva di avere anche lo stesso diritto a eleggere i suoi rappresentanti e ad avere voce in capitolo nella promulgazione delle leggi. Sir Frederick Trench non poteva credere alle proprie orecchie. Il deputato fece notare che le giurie miste avrebbero avuto delle conseguenze molto sconvenienti, come costringere uomini e donne, a trascorrere la notte nella stessa stanza a deliberare.
Finì così il primo dibattito sul voto femminile nella storia della Gran Bretagna. Il movimento suffragista era agli inizi e aveva ancora pochi sostenitori. Alle donne non erano riconosciuti gli stessi diritti civili e politici di cui godevano gli uomini ed erano soggette anche ad altre importanti restrizioni. Chi era sposata non poteva possedere proprietà né dettare testamento o avere la custodia dei figli. Le nubili e le vedove avevano qualche libertà in più, ma anche loro erano escluse dalle professioni in ambito medico e legale, e dagli incarichi amministrativi. E naturalmente non potevano votare.  Per la mentalità dell’epoca la subordinazione femminile era una parte fondamentale dell’ordine sociale. Considerati più dotati dal punto di vista fisico e intellettuale, gli uomini dovevano incaricarsi della sfera pubblica, mentre le donne erano relegate all’ambito privato sotto la tutela maschile. Una buona parte dell’universo femminile aveva orma fatto sua questa visione e la trasmetteva di madre in figlia. Di proteste non c’era in pratica traccia. Nel 1825 gli attivisti William Thomposon e Anna Wheeler scrivevano: “Voi donne, che siete le più oppresse e umiliate, quando vi renderete conto della vostra condizione? Quando vi organizzerete per protestare e chiedere giustizia?”. Ma neanche chi denunciava l’iniquità della situazione arrivava a rivendicare il diritto di voto. Nei regimi parlamentari dell’inizio del XIX secolo questo diritto era riconosciuto solo a una minoranza: in Gran Bretagna era limitato al 20% degli uomini. Unicamente i circoli più radicali si battevano per il suffragio universale maschile. La concezione dominante era che la responsabilità di eleggere i propri governanti ricadeva esclusivamente su pochi uomini ben istruiti e abituati ad amministrare le loro proprietà. Questa ridotta minoranza avrebbe saputo prendere le decisioni migliori per il resto degli uomini e ovviamente anche per le donne,considerate eterne minorenni.

 

Emmeline Pankhurst viene arrestata dopo aver protestato vicino a Buckingham Palace a Londra il 22 maggio 1907 (o 1914, data incerta).

Emmeline Pankhurst (née Goulden; 15 July 1858 – 14 June 1928) was a British political activist and leader of the Britishsuffragette movement who helped women win the right to vote. In 1999 Time named Pankhurst as one of the 100 Most Important People of the 20th Century, stating "she shaped an idea of women for our time; she shook society into a new pattern from which there could be no going back".[1] She was widely criticised for her militant tactics, and historians disagree about their effectiveness, but her work is recognised as a crucial element in achieving women's suffrage in the United Kingdom.[2][3]
INIZIA LA LOTTA. Ma l’Inghilterra e il resto del mondo stavano entrando in un’epoca di profondi mutamenti economici, politici e sociali, che ben presto avrebbero avuto ripercussioni sulla condizione delle donne. Se nel 1830 le femministe erano poche e mal coordinate, trent’anni dopo il movimento aveva acquisito forza e si era dato un obiettivo centrale: il riconoscimento del diritto di voto. Solo quando le donne avessero partecipato alle elezioni dei propri rappresentanti, e quindi alle elaborazioni delle leggi, avrebbero potuto derogare alle norme che ne facevano delle cittadine di seconda classe. L’aumento dell’iscrizione accrebbe il pubblico degli elettori e la diffusione dei libri e giornali. Gli ideali femministi iniziarono a circolare maggiormente e a trovare sempre più sostenitori. Negli anni sessanta dell’ottocento si moltiplicarono le associazioni a favore del voto femminile. Come si chiedeva il filosofo John Stuart Mill: perché in un paese governato dalla regina Vittoria, che aveva dimostrato le sue grandi doti di governante, non si riconoscevano alle donne gli stessi diritti degli uomini?
Le prime organizzazioni videro un’opportunità unica di raggiungere i propri obiettivi nella nuova legge elettorale del 1867, che estendeva il diritto di voto a un terzo degli uomini adulti. Dato che il testo della normativa utilizzava il termine men (uomini) anziché males (maschi), si poteva interpretare che la legge si riferisse a entrambi i sessi. Le suffragiste incoraggiarono quindi le donne a partecipare alle elezioni: una certa Lix Maxwell fu inserita grazie a un errore nel censo del suo collegio elettorale e andò a votare per un candidato favorevole al suffragio femminile. Per evitare pericolosi precedenti, qualche mese dopo fu chiarito che la legge non si riferiva in nessun caso alle donne.

La famiglia reale e il voto femminile.
“Lasciate che le donne siano ciò che Dio ha voluto: una buona compagnia per l’uomo, ma con doveri e vocazioni totalmente diversi”, scriveva la regina Vittoria d’Inghilterra nel 1870.
La donna che guidò la Gran Bretagna dal 1837 (quando aveva solo 18 anni) al 1901 era contraria al voto femminile: “Se le donne smettessero di essere se stesse per reclamare la parità con gli uomini, diventerebbero degli esseri odiosi, pagani e ripugnanti, e sicuramente morirebbero prive della protezione maschile”, dichiarava al pubblico. Diverso fu l’atteggiamento delle figlie, soprattutto di Luisa, che era in contatto con le suffragettes (privatamente, vista la posizione della madre) e la cui cognata, Frances Balfour era una suffragista di spicco. 

Le suffragiste persero la battaglia, ma la loro causa guadagnò visibilità. I sostenitori del fronte contrario argomentavano preoccupati che le donne erano già rappresentante a sufficienza dai mariti: concedere il suffragio femminile era come dare un doppio voto agli uomini sposati, che avevano grande influenza sulle rispettive mogli. Se poi i coniugi non condividevano le stesse idee politiche, il voto femminile avrebbe seminato discordia nelle famiglie, aggiungevano. Ma la vera preoccupazione era che questo cambiamento fosse solo l’inizio: se le donne avessero potuto votare, poi avrebbero voluto anche entrare in parlamento e partecipare al governo. E questo, assicuravano, avrebbe pregiudicato non solo gli interessi della nazione ma anche la loro stessa salute, inadatta a sopportare i ritmi intensi della politica.

I suffragisti, compagni di lotta.
Tra i sostenitori del suffragio femminile ci furono vari uomini che parteciparono ai raduni e alle manifestazioni del movimento, e in alcuni casi anche alle campagne più radicali della WSUP. Molti membri dei partiti liberale e laburista si presentarono alle elezioni con un programma a favore del suffragio. Alcuni di loro, come George Lansbury, si dimisero dal parlamento in appoggio alla causa. Tutti furono ridicolizzati e bollati come isterici. Coloro che si unirono agli scioperi della fame furono vessati con alimentazione forzata. Il sostegno maschile servì a dimostrare che il suffragio femminile non era solo la causa di una minoranza attiva, bensì una questione che riguardava la società nel suo insieme.

Gli antisuffragisti erano la maggioranza, ma la causa del voto delle donne continuava ad attirare sostenitori. Nel 1869 ci fu una svolta importante negli Stati Uniti: il Wyoming approvò il suffragio femminile. Nel frattempo la Gran Bretagna concesse alle donne di partecipare alle elezioni delle giunte distrettuali per l’istruzione. Nel 1894 il suffragio femminile si estese ai consigli locali e divenne sempre più comune vedere le donne in coda davanti alle urne. Nel 1881 si registrò un nuovo passo avanti: l’isola di Man (che è un dominio britannico), concesse il voto alle nubili e vedove. Molte personalità di spicco guardavano con sempre maggior simpatia alle organizzazioni suffragiste, ma non tutti erano disposti a compromettere i propri obiettivi politici per difendere la causa delle donne. Coscienti della necessità di coordinarsi al meglio per aumentare la pressione e ottenere nuovi appoggi, nel 1897 varie organizzazioni suffragiste diedero vita all’Unione nazionale delle società per il suffragio femminile (NUWSS, dalle iniziali in inglese), grazie agli sforzi di colei che ne fu a lungo presidente, Millicent Garrett Fawcett. Le affiliate svolgevano principalmente un lavoro di lobby sui rappresentanti politici e organizzavano manifestazioni. Per quanto oggi possa sembrare strano, per le donne dell’epoca parlare in pubblico era ancora un tabù. Margaret Nevinson, suffragista convinta, considerava i comizi come qualcosa di volgare e violento. Le donne erano state educate alla discrezione e trovarsi in primo piano le metteva a disagio. Anche una parte del pubblico disapprovava certi comportamenti: non di rado le oratrici erano accolte con una pioggia di insulti, lanci di oggetti e tentativi di percosse.  La suffragista Charlotte Despard continuò il suo intervento in un comizio nonostante fosse stata colpita in pieno volto da un uovo. Molte suffragiste erano oggetto di commenti volgari, perché erano equiparate a delle prostitute, e spesso la polizia doveva proteggerle dalla furia della folla. Per le donne non era facile partecipare agli incontri pubblici nemmeno come spettatrici. Quando il padre di Esther Knowles venne a sapere che la figlia era andata a un raduno suffragista, si arrabbiò e picchiò la moglie, colpevole di averle dato il permesso. Tuttavia le rivendicazioni femministe si diffusero proprio grazie a manifestazioni di questo tipo, che all’inizio del XX secolo non attraevano più solo pochi curiosi ed erano diventate degli eventi di massa. Nel novecento le donne cominciarono a prendersi sempre più spazio: iniziarono a essere ammesse nelle aule della facoltà di medicina e partecipavano ormai in migliaia alle giunte distrettuali per l’istruzione, che nel 1870 accoglievano solo poche decine di donne.

Lo spettacolo deve continuare.
Consapevoli di quanto fosse importante l’attenzione dell’opinione pubblica, le suffragettes utilizzarono tattiche sempre più spettacolari. Muriel Matters lanciò su Londra migliaia di proclami suffragisti da un dirigibile. Due suffragiste si fecero inviare per posta a Downing Street per presentare una petizione al primo ministro. Marion Wallace Dunlop s’introdusse nel parlamento e scrisse sulle mura di un corridoio un passo della Carta dei diritti. Leonora Cohen distrusse la teca che conteneva i gioielli della corona nella torre di Londra. Una di queste azioni si chiuse tragicamente: nel 1913 Emily Wilding Davison morì durante il derby di Epsom, travolta dal cavallo del re mentre cercava di attaccarvi una bandiera suffragista. 


Ritratto distintivo di Emmeline Pankhurst, c.1909 - Venduto in gran numero dal WSPU per raccogliere fondi - Museo di Londra
La Women's Social and Political Union (WSPU) è stata un'organizzazione militante per il suffragio alle donne nel Regno Unito, attiva dal 1903 al 1917. Le sue aderenti e le sue politiche erano controllate da Emmeline Pankhurst e dalle sue figlie Christabel Pankhurst e Sylvia Pankhurst. Fu nota per gli scioperi della fame, che introdussero la pratica dell'alimentazione forzata da parte della polizia carceraria, e per l'adozione di un metodo di lotta che prevedeva la violenza.

RIBELLI IN CARCERE. Nonostante i passi in avanti, a molte suffragiste il voto continuava a sembrare lontano. Era ciò che pensava Emmeline Pankhurst, la fondatrice dell’Unione Sociale e politica delle donne (WSPU), nata nel 1903 da una scissione con il NUWSS per un disaccordo sulle strategie di lotta. Emmeline, che aveva partecipato alla sua prima assemblea per il diritto di voto a soli 14 anni, riteneva che per raggiungere il suo scopo il movimento dovesse dotarsi di un’organizzazione di tipo militare. Per questo motivo respinse regolarmente tutte le richieste di democrazia interna ed espulse chiunque contestasse le sue decisioni. Persino la figlia Sylvia dovette abbandonare la WSPU a causa della collaborazione con il Partito laburista. La leader era, infatti, impegnata a non cooperare con nessun partito politico fino a che le donne non avessero ottenuto il diritto di voto. Inoltre gli uomini erano esclusi dall’organizzazione. Le scelte di Pankhurst fecero sì che l’Unione restasse di dimensioni ridotte: nel 1914 aveva solo cinquemila affiliate, contro le cinquantamila della NUWSS guidata da Fawcett. La WSPU sviluppò delle forme di attivismo che ebbero grande risonanza sulla stampa, come per esempio interrompere i raduni dei partiti, cercare di entrare in parlamento, presentarsi a casa dei membri del governo e incatenarsi davanti alle case dei deputati. Queste azioni si concludevano spesso con l’arresto delle protagoniste, che si rifiutarono di pagare la multa corrispondente e di conseguenza finivano in carcere. All’uscita erano accolte come eroine e ottenevano molta pubblicità. I loro sostenitori si moltiplicarono: nel 1908 una grande manifestazione a Hyde Park radunò 250mila partecipanti. Persino il giornale conservatore The Times dovette ammettere che era l’evento più imponente degli ultimi 25 anni.
Le azioni delle suffragettes divennero sempre più spettacolari e in qualche occasione sfociarono in aggressioni: in segno di protesta contro il divieto di presentare petizioni al re, un diritto invece riconosciuto ai sudditi maschi, alcune affiliate della WSPU lanciarono pietre contro i vetri delle case di alcuni deputati. Per la NUWSS fu la goccia che fece traboccare il vaso. Fawcett decise di rompere definitivamente con Pankurst, ritenendo che le possibilità di successo non si basavano sul ricorso alla violenza, ma “sulla crescente consapevolezza che le nostre richieste sono giuste e sensate”.
Millicent Fawcett
The National Union of Women's Suffrage Societies (NUWSS), also known as the suffragists (not to be confused with the suffragettes) was an organisation ofwomen's suffrage societies in the United Kingdom.

Holloway, la macchia del governo Britannico.

La prima suffragista a intraprendere uno sciopero della fame fu Marion Wallace Dunlop, una militante delle WSPU detenuta nel carcere di Holloway che chiedeva le fosse riconosciuto lo status di prigioniera politica. Era stata condannata a un mese di carcere aver affisso manifesti propagandistici. A partire dal 5 luglio del 1909  digiunò per 91 ore, poi fu rilasciata  perché in pericolo di vita. Molte militanti seguirono l’esempio di Marion, che aveva preso questa decisione di sua iniziativa. Per tutta risposta, nel settembre dello stesso anno il governo introdusse l’alimentazione forzata sotto supervisione medica. Emmeline Pankhurst, leader della WSPU detenuta nella stessa prigione, scrisse: “Holloway era diventata un luogo di orrore e tormento; c’erano scene ripugnanti di violenza a ogni ora del giorno. I medici andavano di cella in cella a svolgere il loro terribile compito. Non dimenticherò mai quelle grida angoscianti, che mi risuonavano nelle orecchie”.
  
Ci furono scissioni anche all’interno della stessa WSPU: suffragiste storiche come Charlotte Despard lasciarono l’organizzazione in aperto disaccordo sia con questo tipo di azioni sia con il rifiuto di collaborare con altri partiti. I dissidi ebbero perfino ripercussioni terminologiche: in Gran Bretagna le sostenitrici dell’area radicale erano chiamate suffragettes, e quelle dell’ala moderata suffragists. La reazione del governo non si fece attendere. Centinaia di suffragiste furono incarcerate e sottoposto a un duro regime penitenziario. Molte cominciarono lo sciopero della fame per chiedere lo status di prigioniere politiche e il miglioramento delle condizioni carcerarie. Le autorità volevano evitare a ogni costo che le detenute diventassero delle martiri della causa e si ritrovarono così di fronte a un grande dilemma. La soluzione cui ricorsero fu l’alimentazione forzata, (vedi riquadro sopra), un’operazione dolorosa e pericolosa che non fece che accrescere le simpatie della popolazione verso le suffragiste. La repressione delle proteste nelle strade s’inasprì. Nel novembre del 1910 fu convocata una manifestazione per chiedere al parlamento di riprendere il dibattito sulla concessione del voto alle nubili e alle vedove. A dissolvere la protesta furono inviate squadre di poliziotti provenienti dai quartieri bassi di Londra, che ricorsero a percosse aggressioni sessuali, con l’appoggio di numerosi spettatori. Due manifestanti morirono a causa delle ferite riportate, e la foto di una donna a terra in procinto di essere picchiata suscitò grande clamore. La risposta ufficiale dell’autorità a quello che è passato nella storia come il venerdì nero fu incolpare dell’accaduto le suffragiste, che a loro volta reagirono invitando la gente a unirsi alla protesta. Furono incendiati edifici e vagoni ferroviari, distrutte vetrine. Le donne arrestate (in totale un centinaio) iniziarono lo sciopero della sete, della fame e del sonno e il governo si vide costretto a liberarle. Tuttavia, furono arrestate di nuovo alla prima occasione. Alla fine riuscirono a ottenere una riforma legale che prevedeva un leggero miglioramento delle condizioni penitenziarie delle attiviste.

SOLUZIONI RADICALI. Nel frattempo il progetto di legge era arrivato al dibattito parlamentare. Vari ministri del governo liberale vi si opposero, ritenendo che le categorie di donne cui era indirizzato (nubili e vedove proprietari di beni) avrebbero votato in maggioranza per i conservatori. E così la proposta che tante speranze aveva suscitato fu bocciata nel 1912. Per Pankhurst era il segno che bisognava passare alle maniere forti. Una minoranza riprese con maggior decisione la campagna contro le proprietà. In qualche caso si arrivò a gettare bombe nelle case vuote o a incendiarle. Il governo reagì continuando a incarcerare le suffragettes. Per non dover ricorre alla pratica poco popolare dell’alimentazione forzata, nel 1913 il parlamento approvò la cosiddetta legge del gatto e del topo. La normativa prevedeva  di rilasciare le recluse troppo debilitate dal digiuno per poi incarcerarle nuovamente una volta che si fossero riprese. Questa strategia fu ben accolta da  un’opinione pubblica che disapprovava le bombe e i vetri rotti. Tali azioni avevano danneggiato l’immagine del movimento e dato nuovi argomenti a chi sosteneva che le donne fossero troppo emotive per votare. Sebbene gli attentati non fossero mai stati diretti contro altre persone, il minimo errore avrebbe potuto avere conseguenze fatali.
Difficile dire cosa sarebbe successo se le cose fossero continuate così, perché lo scoppio della Grande guerra interruppe l’attività della WSPU. Pankhurst abbracciò la causa patriottica e si mise a disposizione del governo. La NUWSS continuò invece la sua campagna. L’attività politica del gruppo e soprattutto il contributo delle donne nelle retrovie durante la Grande guerra convinsero il parlamento e la società che era giunto il momento di concedere il suffragio femminile. Nel febbraio del 1918 fu approvata la legge che riconosceva il voto alle donne di più do 30 anni e lo estendeva a tutti gli uomini maggiori di 21. per le donne fu una vittoria sicuramente importante, ma non completa. Le campagne proseguirono fino al luglio del 1928, quando fu uguagliata l’età minima per votare: 21 anni sia per gli uomini sia per le donne. Alla sessione decisiva del parlamento assistettero anche le protagoniste, ormai anziani della lotta per il suffragio: Fawcett e Despard avevano rispettivamente 81 e 84 anni. Pankhurst, invece, era morta solo un mese prima. Fu proprio Charlotte Despard a dire in quell’occasione: “Non ho mai pensato che avrei visto riconosciuto il voto alle donne. Ma quando un sogno si avvera, è il momento di passare all’obiettivo seguente”.

La lunga strada verso il voto.
Quasi 125 anni fa la Nuova Zelanda divenne il primo Paese al mondo a riconoscere il suffragio universale femminile a tutte le donne al di sopra dei 21 anni. Fu l’inizio di un processo che non si è ancora concluso. Ancora oggi ci sono, infatti, stati che limitano questo diritto.
Le elezioni in Gran Bretagna si tennero il 14 dicembre, a un mese dalla firma dell’armistizio da parte della Germania e dalla fine dei combattimenti in Europa. Per la prima volta poterono votare le donne, anche se solo quelle maggiori di 30 anni, mentre il voto maschile fu esteso ai maggiori di 21 anni.
1893: Il 19 settembre la Nuova Zelanda concede il diritto di voto alle donne maggiori di 21 anni, anche se fino al 1916 non potranno essere elette.
1902: Le donne australiane ottengono il diritto di voto. Australia e Nuova Zelanda erano domini britannici, ma avevano un’ampia autonomia politica che favorì l’adozione di questa misura.
1906: Il primo giugno la Finlandia diventa il primo Paese europeo a permettere alle donne di essere elette in parlamento, grazie a una legge che sancisce il suffragio universale sia maschile sia femminile.
1991: In Italia nasce il Comitato socialista per il suffragio femminile intorno alla figura di Anna Kuliscioff. Russa naturalizzata italiana, nel 1912 fonda la rivista La difesa delle lavoratrici. Altre prima di lei si erano battute per il diritto di voto. Nel 1877 Anna Maria Mozzoni aveva presentato una petizione al governo per il voto politico alle donne, la prima di una lunga serie a essere bocciata.
1917: Dopo la Rivoluzione di febbraio e la caduta dello zar, una manifestazione di 40mila donne per le vie   di Pietrogrado spinge il capo del governo provvisorio Lvova a concedere il suffragio femminile.
1918: Per la prima volta le donne del Regno Unito possono votare. Il suffragio è limitato alle maggiori di 30 anni con determinati requisiti di proprietà- nel 1928 il suffragio femminile è esteso a tutte le donne maggiori di 21 anni, alla stregua di quello maschile.
1919: Tra la fine dell’Impero Russo (1918) e la conquista bolscevica del territorio, l’Azerbaigian diventa il primo Paese islamico a divenire una repubblica parlamentare e a concedere il diritto di voto alle donne.
1920: È ratificato il XIX emendamento alla costituzione degli Stati Uniti, che sancisce il suffragio femminile. Fino a quel momento le donne potevano votare solo negli stati che lo permettevano: il primo ad autorizzare il voto femminile era stato il Wyoming nel 1869.
1929: L’Ecuador diventa il primo Paese dell’America Latina a ratificare il suffragio femminile. In Argentina il diritto di voto alle donne era stato riconosciuto dalla provincia di San Juan nel 1927 ma al livello nazionale fu adottato solo nel 1947.
1931: In Spagna le corti approvano la nuova costrizione della repubblica, che riconosce il diritto di voto delle donne. Le prime elezioni politiche in cui le spagnole possono esercitare il diritto di voto sono quelle del 19 novembre 1933; le ultime, fino alle elezioni post-franchiste del 1977, saranno quelle del 1936.
1934: Nell’ambito della progressiva trasformazione e occidentalizzazione del Paese, la Repubblica Turca guidata da Mustafa Kemal riconosce il suffragio femminile alle elezioni nazionali. Le donne potevano già votare alle elezioni locali fin dal 1930.
1944: Alla fine dell’occupazione tedesca la Francia concede il diritto di voto alle donne, che era stato respinto dal parlamento nel 1919 e nel 1922. Il suffragio costituisce un riconoscimento implicito del ruolo delle donne alla resistenza.
1946: Le donne votano per la prima volta in Italia: a marzo sarà la volta delle amministrative (mese nel quale si legalizza anche l’eleggibilità delle donne) mentre il 2 giugno delle politiche (che coincidono con il referendum monarchia-repubblica).
1947: Non appena ottenuta l’indipendenza dalla Gran Bretagna, l’India riconosce nella sua costituzione il suffragio femminile. Nel ventennio successivo molti Paesi asiatici e africani che diventano indipendenti riconoscono il diritto di voto dalle donne.
1971: Le donne svizzere ottengono il diritto di voto alle elezioni federali: tra il 1959 e il 1991 è riconosciuto il suffragio femminile nelle elezioni locali dei vari cantoni.
1984: Il principato del Liechtenstein diventa l’ultimo Paese europeo a ratificare il suffragio femminile, che sarà esercitato a partire dalle elezioni politiche del 1986.
2015:  Per la prima volta dalla fondazione del regno (1932) le donne dell’Arabia Saudita possono votare ed essere elette alle elezioni municipali.
  



Articolo in gran parte di Ainhoa Campos Posada, storica pubblicato su Storica National Geografic del giugno 2019. 

Nessun commento:

Posta un commento