martedì 31 luglio 2018

Ponzio pilato - processo a Gesù

PONZIO PILATO
Il governatore romano della Giudea che condannò Gesù era un uomo inflessibile,che in varie occasioni si scontrò con gli ebrei di Gerusalemme in nome di Roma, anche se l’imperatore Tiberio non approvava i suoi metodi sbrigativi

Ecce Homo (Ecco l'uomo), il dipinto raffigura Ponzio Pilato mentre presenta Gesù nella corte Pretoria di Gerusalemme.: il prefetto si rivolge al popolo mostra alla folla Gesù avvolto in un mantello di porpora e con una corona di spine in testa (allusione al suo titolo di re dei giudei) e dichiara di non ritenerlo colpevole di alcun reato.
Galleria di arte moderna di Firenze


Nome originale"Quintus Pontius Pilatus"
PredecessoreValerio Grato
SuccessoreMarcello
ConsorteClaudia Procula
Procurator Augustidal 26 d.C. al 36 d.C.
L’imperatore Tiberio era molto preoccupato per la Giudea. Non tanto per la regione in sé, che salvo alcuni territori del nord era un territorio ostico, arido e polveroso. Era preoccupato perché, insieme alla Siria, la Giudea costituiva un primo sbarramento contro l’attacco dei Parti, eterni nemici di Roma. Fu per questo che, dopo la fine del lungo mandato del procuratore Valerio Grato, cercò un uomo inflessibile per governare quella provincia: una terra pericolosa, abitata da gente povera, orgogliosa e difficile, che agli occhi dei romani credeva in una religione piena di superstizione e credeva di essere il popolo eletto da Dio per governare il mondo. Tiberio trovò la persona che cercava in Ponzio Pilato, amico del fidato Seiano. Secondo una leggenda Pilato era nato in Abruzzo. Il fatto che appartenesse alla Gens Pontia, invece, farebbe pensare a un’origine campana. Si sa per certo che era membro dell’ordine equestre (il gruppo sociale che si trovava al di sotto dei senatori) e aveva probabilmente già esperienza nell’esercito. Pertanto fu inviato in Giudea, come prefetto, una carica che per i romani aveva prerogative militari (diversamente da quella di procuratore più legale a funzioni amministrative). Pilato, era effettivamente inflessibile. Pochi anni più tardi, in un’opera intitolata De Legatione a Gaium (in cui si narra di una missione diplomatica inviata dagli ebrei a Caligola, successore di Tiberio), il filosofo Filone di Alessandria diceva di lui che non aveva dimostrato il minimo interesse per i suoi sudditi, per la loro religione, né per le loro tradizioni. Secondo la stessa fonte “era di natura intransigente, spietato nella sua impertinenza, iracondo e rancoroso”. E aggiungeva che molte delle sue azioni erano considerate “insulti al popolo, atti di rapina e di violenza. La gente si lamentava delle continue vessazioni, delle esecuzioni di prigionieri senza condanna né processo e della sua crudeltà infinita e disumana”.



Imperatore Tiberio. Gesù fu condannato a morte durante il suo regno che si protrasse  da 14 al 37 d.C. (Museo Archeologico di Venezia)

DIECI ANNI DI ODIO. Il governo di Pilato durò a lungo dal 26 al 36 d.C. Durante l’impero romano il mandato di prefetto normalmente durava tre anni ma Tiberio aveva un diverso punto di vista il merito alle cariche amministrative. L’imperatore riteneva che tutti gli alti magistrati dell’amministrazione romana fossero mossi dall’avidità: quando s’insediavano in una nuova destinazione, la prima cosa che facevano era di arricchirsi il più rapidamente possibile, rubando a piene mani. Ma se avessero dovuto trascorrere molto tempo nella stessa provincia, a un certo punto si sarebbero saziati e lo spoglio delle ricchezze sarebbe avvenuto più lentamente, causando meno danni ai territori governati. All’imperatore piaceva portare questo esempio: un uomo giace a terra con una ferita ricoperta di mosche; passa un viandante porta pena per il moribondo e si avvicina per scacciare gli insetti. Ma il ferito chiede di non farlo e risponde così al viandante che ne domanda la ragione: se le cacci la mia situazione, peggiorerà. Queste mosche sono ormai sazie del mio sangue, al punto che quasi non le avverto ma, quando se ne andranno, arriveranno altri insetti più affamati e mi succhieranno via anche gli umori interni”.






LA CITTA’ DEL TEMPIO. All’epoca la capitale della Giudea era Cesarea, una città costruita sulle sponde del Mediterraneo da Erode il Grande e dedicata all’imperatore Augusto, predecessore di Tiberio. Ma Gerusalemme era la principale città della regione, e il centro religioso del modo ebraico. L’edificio più importante era il gigantesco tempio addossato all’enorme mole  della fortezza Antonia, da cui la guarigione romana dominava la città e dove si trovava il pretorio, la sede del prefetto. È qui che probabilmente fu processato Gesù. Condannato a morte per ribellione, fu crocefisso al di fuori delle mura di Gerusalemme, in una località chiama Golgota o Calvario

                                                     ricostruzione del tempio di Gerusalemme

26 d.C.
L’imperatore Tito invia Ponzio Pilato in Giudea in qualità di prefetto (governatore).
28-29 d.C.
Gesù inizia a predicare l’avvento del regno di Dio. I suoi seguaci lo considerano il Messia.
30-33 d.C.
Gesù entra a Gerusalemme ed è acclamato Messia. Ponzio Pilato lo condanna alla crocifissione.
36 d.C.
Pilato, è deposto dall’incarico di governatore. Forse morirà in esilio nella Gallia Viennese.
II-V sec.
Compaiono alcuni testi apocrifi, dove Pilato è presentato come un personaggio cristiano.


PILATO, IL PROVOCATORE. Pilato era un amministratore competente, ma duro. Uno dei suoi primi atti fu un’aperta provocazione verso gli abitanti di Gerusalemme. Sapeva che la legge ebraica proibiva le rappresentazioni umane, e in particolare quelle dell’imperatore romano, che si proclamava dio e offendeva in questo modo Yahweh. Tuttavia, Pilato pensava che la tolleranza verso gli ebrei fosse una dimostrazione di debolezza, così ordinò ai suoi soldati di portare in città le insegne con l’effige dell’imperatore. L’operazione si svolse di notte, per mettere gli ebrei di fronte al fatto compiuto. Al mattino seguente, vedendo gli stendardi appesi alle mura della residenza del prefetto (l’ex palazzo di Erode), la popolazione insorse. Ma Pilato, sprezzante, se n’era già andato a Cesarea, la capitale amministrativa della provincia. Gli ebrei non si diedero per vinti e in molti percorsero i 120 chilometri fino a Cesarea per esprimere la propria indignazione davanti a Pilato. Esigevano il rispetto delle proprie tradizioni e chiedevano che gli stendardi e le immagini imperiali fossero trasferiti al di fuori della città santa. Pilato, impassibile, li ignorò ma, al secondo giorno di proteste, le fece radunare nello stadio. Contemporaneamente ordinò a una coorte (unità di circa cinquecento uomini) di nascondersi nei meandri dell’edificio. Tra le grida furiose della folla, il prefetto dichiarò che le insegne sarebbero rimaste al loro posto, perché simbolo del potere imperiale. Poi, quando ne ebbe abbastanza, ordinò ai soldati di schierarsi con le spade sguainate nell’arena e sugli spalti e di circondare gli ebrei. Ma questi non si lasciarono intimidire. Si gettarono a terra scoprendosi il collo, come se invitassero i soldati a ucciderli, e intanto gridavano: “preferiamo morire piuttosto che vedere le nostre leggi violate con tanta insolenza”. Pilato fu costretto a cedere. Fu la sua prima sconfitta. Ma non imparò la lezione. Lo stesso Filone riferisce che per ripicca il prefetto fece appendere, ancora una volta alle mura del palazzo di Erode, degli scudi dorati “che non avevano alcuna raffigurazione né altro simbolo proibito”, ma la cui iscrizione rappresentava di sé un’offesa: “Pilato dedica questi scudi a Tiberio”, si leggeva. Gli ebrei insorsero nuovamente, sostenendo che quegli scudi erano inutili e offensivi, e chiedendo a gran voce che si rispettassero “le tradizioni dei padri che per secoli erano state osservate da re e imperatori”. Il prefetto li ignorò di nuovo e questa volta gli abitanti di Gerusalemme si rivolsero direttamente a Tiberio, che alla fine ordinò che gli scudi fossero rimossi e trasferiti a Cesarea. Un’altra sconfitta per il prefetto. Alla successiva occasione di scontro fu però Pilato a prevalere. Gerusalemme era afflitta da una siccità cronica: né la trentina di cisterne della città né la fonte principale, la piscina di Siloe, bastavano a fornire le migliaia di pellegrini che si recavano in città durante le feste. Per risolvere quest’annoso problema, Pilato decise di far costruire un acquedotto che partiva da una sorgente nei pressi di Betlemme, a una decina di chilometri dalla capitale. Per finanziare i lavori confiscò una parte del tesoro del tempio, che per gli ebrei era intoccabile. Quando la cosa si venne a sapere, migliaia di cittadini andarono a protestare davanti al pretorio, residenza abituale dei governatori romani.: costruire l’acquedotto era giusto, ma non con i soldi del tempio. poiché le proteste non accennavano a placarsi, Pilato ordinò ad alcuni membri della sua guardia di travestirsi e mescolarsi ai rivoltosi con bastoni e pugnali nascosti sotto le vesti. All’ordine dell’ufficiale di comando i soldati si scagliarono contro la folla uccidendo almeno un centinaio di persone. La protesta si concluse e Pilato poté costruire l’acquedotto. Ma l’odio contro di lui non fece che aumentare.



Moneta di Pilato. I governatori romani battevano moneta in nome dell’imperatore. Su questa emessa nell’anno 17 del regno di Tiberio, appare il lituo il bastone rituale degli auguri romani.

IL GIUDICE DI CRISTO.  E’ difficile credere che una persona del genere possa essersi comportata come riferiscono i Vangeli. Le autorità ebraiche avevano deciso di rivolgersi a Pilato per sbarazzarsi di Gesù. Erano infatti preoccupate del suo ingresso trionfale a Gerusalemme e del suo tentativo di espellere i mercanti e i cambiavalute dal tempio – un fatto che aveva suscitato molto scalpore e ostacolato il normale funzionamento del santuario. Avrebbero potuto semplicemente pagare qualche sicario e una folla di manifestanti perché lo lapidassero con l’accusa di blasfemia, ma i capi religiosi della comunità ebraica avevano paura del popolo. Era meglio condurlo dinanzi al prefetto, che era l’unico ad avere il potere di imporre la pena capitale e, a quanto ne sapevano le autorità ebraiche, vedeva con preoccupazione gli insegnamenti di Gesù. Secondo il Vangelo di Luca, l’accusa era di aver sobillato le folle, essersi opposto al pagamento dei tributi dovuti all’imperatore e aver affermato di essere il “Messia



Descrizione

La miniatura, realizzata a piena pagina,illustra, nella metà superiore, la scena dell'inizio del processo: Gesù Cristo è a sinistra in piedi, mentre Pilato è seduto al centro sedia ; alle sue spalle due giovani reggono dei bastoni d'oro con placche rettangolari raffiguranti dei ritratti. Cristo fissa il sacerdote Caifa, mentre il sacerdote Anna, che compare con capelli e barba nera, formula le accuse. Dalla parte opposta si trovano cinque uomini immobili che guardano Cristo. 
Sotto la scena del processo è riprodotto il pentimento di Giuda. La scena di sinistra è focalizzata sull’ atto di restituire i trenta denari ai sacerdoti e sul loro rifiuto. A destra il corpo di Giuda appeso ad un albero conclude l’episodio. 



Descrizione

Nella metà superiore della pagina illustrata, Pilato viene raffigurato al centro, seduto nello stesso tribunale presente nella miniatura del processo a Cristo. Ai lati del tribunale una folla di uomini gesticolano, mentre a destra una figura in uniforme è occupata a scrivere su una tavoletta di cera. 
Nella metà inferiore della pagina, a sinistra, Cristo è fiancheggiato da due ufficiali, a destra Barabba si accompagna a due carcerieri. Il carceriere, vestito di rosso, tiene una fune attorno al collo di Barabba e guarda Pilato, mostrando di attendere una sua decisione. 

                                                   Processo di Cristo davanti a Pilato
Le due miniature sono stratte dal Codex Purpureus Rossanensis VI secolo d.C.
Museo diocesano e del codex Rossano
http://www.artesacrarossano.it/codex.php

GESU’ O BARABBA?


«Liberate Barabba» in una stampa britannica.

Barabba è conosciuto solo grazie ai Vangeli e agli Atti degli Apostoli. Il suo nome viene da un vocabolo aramaico e può significare (aramaico בר-אבא, Bar-abbâ, letteralmente "figlio del padre") o Gesù Barabba (Yeshua Bar-abbâ, letteralmente "Yeshua, figlio del padre". Poiché questa soluzione non ha molto senso, si è pensato a ipotesi alternative. Attorno al 250 l’autore cristiano Origene propose Bar-rabbà “figlio del maestro” o Bar rabbàn “figlio del nostro maestro”. Barabba sarebbe allora il figlio di un rabbino. Potrebbe essere anche un patronimico vero e proprio: Bar-Abbas, "figlio di Abbas", dato che Abba era un raro nome ebraico (un certo Abbas fu sacerdote all'epoca di Antigono II Asmoneo e si occupò dell'ossario del re di Giuda, alcuni anni dopo il 37 a.C.; potrebbe essere stato anche un parente stretto del Barabba biblico, se non suo padre, dato che non si conosce l'età di Barabba nel 30 d.C.).[15][16]

Secondo il Vangelo di Marco, composto all’incirca tra il 71 e il 75, era stato incarcerato con i sediziosi che avevano commesso un omicidio durante una rivolta. Se ne deduce che la rivolta ebbe grande risonanza e aperte motivazioni antiromane. È vero che il popolo ammirasse Barabba. Ma non è plausibile che un uomo inflessibile come Pilato mettesse a repentaglio la sicurezza dell’impero romano per rispettare la consuetudine, in occasione della Pasqua di liberare un prigioniero scelto dal popolo. Ciò avrebbe implicato dare carta bianca a quelli che i romani consideravano “terroristi “ e che invece fossero per gli ebrei degli “eroi nazionali”. Quindi anche se è possibile che Barabba sia esistito realmente, e che alcune circostanze siano vere, non è credibile che il prefetto possa aver offerto la libertà a uno dei prigionieri politici e condannati gli altri tre alla crocifissione come monito al popolo.

Letteratura

·                    Michel de Ghelderode, dramma (1928)
·                    Emery Bekessy, Barabba, romanzo (1946)
·                    Pär Lagerkvist, Barabba, romanzo (1950)
·                                da cui è stato tratto il film Barabba (1961) di Richard Fleischer
·                    Antonio Conti, Barabba, dramma (1959)
·                    Il film più celebre su tale argomento è Barabba (1961) di Richard Fleischer, con Anthony Quinn.
Seguono altri film minori, e vari serial televisivi. Tutti sono molto romanzati se non completamente inventati, giacché della biografia di Barabba, a parte la citazione nei Vangeli, non si conosce nulla.
·                    Barabba (2012) miniserie televisiva di Roger Young.

I Vangeli sostengono che Pilato fece il possibile per salvare Gesù perché lo riteneva innocente: una circostanza inverosimile, se si considera il carattere del prefetto. Inoltre la sua reazione è descritta tramite una serie di immagini poco realistiche, come la famosa scena in cui si lava le mani prima di condannare Cristo – un gesto che non rientrava nella tradizione romana -, a indicare che la colpa della sua morte sarebbe ricaduta sugli ebrei che avrebbero voluto la sua crocifissione. D’altra parte la proclamazione dell’innocenza di Gesù da parte del prefetto (che non lo riteneva colpevole di nessun delitto) può essere interpretata come un tentativo dei cristiani di esonerare i romani dalla responsabilità della morte del Salvatore. Il cristianesimo, infatti, si stava diffondendo nell’impero e non aveva interesse a entrare in conflitto con le autorità romane, ma allo stesso tempo voleva prendere le distanze dall’ebraismo con cui rischiava di essere confuso. Per questo gli evangelisti cercarono di addossare la colpa al popolo ebraico e il particolare ai suoi capi. In realtà gli studiosi hanno pochi dubbi del fatto che fu Pilato a ordinare l’arresto di Gesù e a processarlo sbrigativamente tramite un cognitio extra ordinem: un giudizio legale abbreviato che prevedeva la presentazione delle accuse, un’eventuale replica dell’imputato e la sentenza immediata.
Secondo la legge romana, Gesù fu condannato subito a morte. In questo modo Pilato assolse il suo compito di salvaguardare l’ordine pubblico e preservare l’autorità dell’imperatore Tiberio. La crocifissione fu collettiva ed esemplare: Gesù non fu giustiziato da solo ma insieme con altri due rivoltosi antiromani, che secondo alcuni erano suoi seguaci. Pilato, comunque, doveva ritenere Gesù meno pericoloso di altri ribelli, visto che alla fine fece eliminare solo lui, e al limite, un paio dei suoi sostenitori e non perseguitò il resto dei fedeli. Il mandato di Pilato in Giudea si concluse in linea con quest’atteggiamento sprezzante e conflittuale, con la crudele repressione di una manifestazione religiosa di samaritani, da lui interpretata come una rivolta armata. In Samaria circolava una leggenda secondo la quale gli oggetti sacri di Mosé erano sepolti da secoli sul monte sacro di Garizim. Un profeta proclamò di aver ricevuto una rivelazione divina: le coppe stavano per tornare alla luce e il santuario samaritano sul Garizim sarebbe così diventato il più importante di Israele , scavalcando il tempio di Gerusalemme. I seguaci del profeta, alcuni dei quali armati, organizzarono una processione per raggiungere la vetta. Pilato fece schierare ai piedi del monte due coorti di fanteria e uno squadrone di cavalleria, che attaccarono brutalmente i pellegrini e ne fecero una strage. Inoltre Pilato fece giustiziare i presunti capi della rivolta sopravvissuti al massacro.



Crocifissione questa pena era applicata a chi si ribellava contro Roma. L’olio di David Teniers il Vecchio mostra Gesù tra i due ladroni . Louvre Parigi.



L’IMPERATORE E GLI EBREI.
Come Giulio Cesare e Augusto prima di lui, Tiberio comprese e temette le peculiarità religiose e sociali degli ebrei. Li esentò dal servizio militare obbligatorio, ne rispettò le festività e le usanze, gli restituì il controllo sui paramenti sacri del sommo sacerdote che fino all’anno 36 erano stati custoditi nella torre Antonia (la grande fortezza romana di Gerusalemme) invece che nel tempio. Inoltre, accolse le lamentele dei samaritani e giudei contro i governatori romani – per esempio rimproverò a Pilato la sua politica repressiva e finì per destituirlo. Tiberio concesse ai sommi sacerdoti – e al loro consiglio di governo, il Gran Sinedrio di Gerusalemme – sufficiente libertà di gestione degli affari interni della comunità ebraica. Tuttavia i governatori ne controllavano le nomine e potevano, in alcuni casi, deporli.
PILATO, UN SANTO CRISTIANO.
L’atteggiamento favorevole ai Romani dei Vangeli canonici, che presentano Pilato come difensore dell’innocenza di Gesù portò a un’esaltazione della sua figura nei Vangeli apocrifi, che contengono la presunta corrispondenza del prefetto con Tiberio, Erode Antipa e l’imperatore Claudio. Queste tradizioni sorsero tra il II e il V secolo, e furono successivamente rielaborate fino a cristallizzarsi nei testi giunti fino a oggi, apparsi attorno al X secolo. Il più curioso è la Paradosis Pilato (o Tradizione di Pilato), che risale al VII secolo. Qui vediamo Pilato convertirsi alla fede cristiana, ricevere la visita consolatoria di un angelo e morire decapitato come un martire. Sua moglie Procula, anche lei convertita, muore insieme con lui. Sulla stessa linea, nell’apocrifo Vendetta del Salvatore (VIII-X secolo) Tiberio si pente di aver consentito la morte di Gesù e si fa battezzare.


SUICIDIO NELLA GALLIA. L’indignazione dei samaritani, e degli stessi giudei, di fronte a questo episodio fu di tale portata che si decise di inviare al più presto una delegazione a Roma. I partecipanti riuscirono a farsi ricevere da Tiberio, che ordinò la destituzione del prefetto. Il legato della Siria Lucio Vitiello il Vecchio s’incaricò di eseguire la sentenza. Pilato dovette rientrare a Roma, ma al suo arrivo Tiberio era morto. Il suo successore, Caligola,  mandò il prefetto in esilio nella Gallia Viennese, dove si sarebbe suicidato più tardi. In seguito comparvero degli scritti apocrifi che avevano il prefetto come protagonista, ad esempio gli Atti di Pilato (o Vangelo di Nicodemo), varie paradoseis “tradizioni” fantasiose, e alcune lettere a Tiberio ed Erode a lui attribuite anch’esse false. La Chiesa etiope ritiene che Pilato si convertisse al cristianesimo e morì da martire e ne celebra la ricorrenza il 25 giugno.

L’UOMO CHE TEMEVA GESU’


Secondo la tradizione cristiana, Pilato non è responsabile della morte di Gesù. Questo emerge sia dai Vangeli canonici sia da quelli apocrifi, come gli Atti di Pilato (detti anche Vangelo di Nicodemo), di cui sono qui presentate alcune righe. Composti nel II secolo, mostrano un Pilato timorato di Gesù e che tenta di opporsi alla sua condanna

Pilato convoca Gesù al suo cospetto.
Gli ebrei denunciano Gesù per aver guarito persone di sabato (giorno di riposo obbligatorio), Pilato chiede: “Come posso io, che sono un governatore, giudicare un re?” e quindi ordina che sia condotto qui Gesù, ma con gentilezza”. Gli ebrei ribattono: “Non siamo noi a dire che è re, è lui che si definisce così”.

Il timore di Pilato e di sua moglie.
“Quando Pilato lo vide, ebbe paura e fece per alzarsi dal suo scranno”. Allora sua moglie (di cui Pilato dice che è timorata di Dio e segue le usanze ebraiche) gli mandò un messaggio: “Non immischiarti nelle faccende di quest’uomo giusto, per questa notte ho moto sofferto a causa sua”, in altre parole ha sognato la morte di Gesù

Pilato proclama l’innocenza di Gesù.
Gli ebrei insistono a voler mettere a morte Gesù perché ha guarito di sabato. Allora Pilato, pieno d’ira uscì dal pretorio e disse: “Chiamo il sole a testimonio! In quest’uomo non ho travato alcuna colpa”. Pilato, insomma, non vuole condannarlo e dice agli ebrei; “Prendetelo voi e giudicatelo secondo la vostra legge”.

Nicodemo intercede presso Pilato.
Un ebreo di nome Nicodemo si rivolte a Pilato: “ti prego, uomo timorato di Dio, permettimi di dire qualche parola” e parla in difesa di Gesù. Gli ebrei erano incolleriti e digrignavano i denti contro Nicodemo. “Perché siete furibondi e digrignate i denti contro di lui?”, domandò Pilato, “perché avete udito la verità?”.

Il prefetto si lava le mani.
Prima di condannare Gesù, Pilato adirato dice agli ebrei: “Siete sempre stati un popolo sedizioso e vi siete sempre opposti ai vostri benefattori”. Prima di emettere la sentenza, il prefetto prese dell’acqua, si lavò le mani di fronte al sole e disse: “Sono innocente del sangeu di quest’uomo giusto. Vedetevela voi”,

Articolo in gran parte di Antonio Pinero autore di LA VITA DI GESU’ SECONDO I VANGELI APOCRIFI  pubblicato su Storica National Geografic del mese di aprile 2018 immagini e altri testi scaricate da wikipedia


 MORTE A GESU’
Il processo più famoso della storia è ancora pieno di misteri. Di sicuro c’è che Gesù fu vittima di un braccio di ferro giudiziario tra il potere romano e le alte gerarchie religiose di Gerusalemme.





Fu il processo più famoso di tutti i tempi, che cambiò il corso della Storia. Eppure durò solo poche ore, e il suo svolgimento è fitto di enigmi e misteri. L’imputato? Gesù di Nazareth, fondatore di una religione che conta ancora oggi più di due miliardi di fedeli nel mondo. Ecco come andò il suo caso giudiziario.

NOTTE FATALE. Siamo a Gerusalemme, durante la vigilia della Pesach (la Pasqua ebraica). Più precisamente il 14 del mese di Nisan, che cade tra marzo e aprile. Sull’anno (il 33 d.C. nella nostra tradizione, il 3793 per gli ebrei) si discute ancora. Scesa la sera, in una casa poco fuori le mura Gesù sta cenando con i suoi dodici apostoli. Dopo il pasto, il gruppo raggiunge l’uliveto di Getesemani per la notte, ma all’improvviso la luce di alcune torce squarcia il buio e una piccola folla di soldati arresta il Nazareno, identificato grazie all’aiuto di Giuda Iscariota, uno degli apostoli. I seguaci si dileguano nelle tenebre, mentre Gesù è scortato nel palazzo del sommo sacerdote Caifa., per essere interrogato dal Sinedrio. Ma perché è stato arrestato? Per scoprirlo bisogna fare un passo indietro, e indagare i rapporti tra le autorità ebraiche e i nuovi padroni della Palestina: i Romani.

PROVINCIA TURBOLENTA.  Fino al 4 a.c., il Regno di Giuda (che includeva l’attuale Israele) era governato da re Erode il Grande, vassallo di Roma. Alla sua morte il territorio si smembrò in varie parti, finite tutte, direttamente o indirettamente, sotto il controllo dell’Urbe. La regione della Giudea, dove sorgeva Gerusalemme, era retta da un prefetto che risiedeva nella città di Cesarea. La Galilea, nel cui territorio si trovava Nazareth, era controllata da Erode Antipa (uno dei figli di Erode il Grande), anch’egli vassallo dei Romani. “Quello della Giudea era un territorio piccolo ma attraversato da continui fremiti insurrezionali, dove la presenza romana era lungi dall’essere accettata”, spiega Aldo Schiavone storico e autore di Ponzio Pilato (Einaudi). I nuovi arrivati ridimensionarono le competenze del Sinedrio, il massimo organo politico e religioso ebraico, un’assemblea di 71 esponenti delle principali correnti religiose (farisei e sadducei), presieduta da un sommo sacerdote. “Questi era scelto dal governatore romano, e ciò lo metteva in una posizione particolare, in quanto rappresentante supremo dell’identità giudaica e, allo stesso tempo, fiduciario della potenza occupante”, precisa l’esperto. Al Sinedrio spettava la giurisdizione in materia religiosa, il prefetto romano (l’unico che poteva condannare a morte) reprimeva i reati contro l’ordine pubblico.

PERSONAGGIO SCOMODO. È in tale contesto che Gesù svolge la sua predicazione, riscuotendo una fama crescente e mettendo in crisi il formalismo della religione praticata dai farisei e dai sadducei. Per giunta, i suoi seguaci affermavano che era figlio di Dio, una bestemmia inconcepibile per gli ebrei. Quattro giorni prima dell’arresto, la domenica che inaugurava la settimana pasquale, era entrato a Gerusalemme accolto da una folla festante e aveva compiuto un’azione clamorosa, inveendo contro i mercanti che operavano nel Tempio e rovesciando i banchi del cambiavalute. Un atto purificatore, ma allo stesso tempo una minaccia agli interessi della casta dei sacerdoti. In quei giorni di festa, la città santa si riempiva di pellegrini e il prefetto romano si trasferiva a Gerusalemme per monitorare eventuali disordini. “Nelle settimane precedenti c’era stata una riunione del Sinedrio, riportata in tutti i Vangeli, per decidere cosa fare a Gesù, e in quell’occasione Caifa stesso avrebbe pronunciato una frase rivelatrice: ‘Conviene che uno solo muoia per la salvezza di tutto il popolo”, ricorda Schiavone.
Ma torniamo alla notte dell’arresto. Incalzato con domande sulla sua predicazione, Gesù risponde con estrema calma. Non si tratta peraltro di una seduta legale del Sinedrio, perché le norme ebraiche vietano che l’assemblea si riunisca di notte, per di più in una residenza privata. Alla fine, gli accusatori fanno ripetere a Gesù di essere il “figlio di Dio” e così salta fuori il capo d’imputazione: la bestemmia. Un delitto per cui è prevista la condanna a morte, che il Sinedrio non può eseguire. A comminare la pena devono essere i Romani, che però giudicavano solo chi si fosse macchiato di reati politici. E qui entra in scena il prefetto Ponzio Pilato.

VICOLO CIECO. Quando Gesù è condotto davanti a Pilato, è giorno e ha già subito dileggi e percosse. “Come per la riunione della notte, anche quello diurno non fu un processo nel senso moderno, ossia con il rispetto delle rigide procedure formali. Gesù non era, tra l’altro un cittadino romano, e così per condannarlo basta che Pilato ne accertasse velocemente la colpevolezza in forza dei suoi poteri”, chiarisce Schiavone. L’accusa naturale era quella di “lesa maestà” per essersi lasciato acclamare come Messia, che per gli ebrei equivaleva a “re dei Giudei” , mettendo in discussione l’autorità imperiale. La vicenda si potrebbe chiudere in un batter d’occhio ma Pilato esita. Interroga Gesù e capisce che il castello accusatorio è inconsistente. Non è il pericoloso sovversivo di cui gli hanno parlato i sinedriti. “Probabilmente affiorò in Pilato il sospetto di essere stato trascinato in una resa dei conti fra fazioni giudaiche, da cui l’autorità romana avrebbe fatto bene a tenersi fuori. A quel punto avrebbe potuto liberare il prigioniero, ma decise di non farlo per non deteriorare i rapporti con Caifa”. Per uscire dal vicolo cieco e convincere il Sinedrio a fare un passo indietro, secondo i Vangeli, il prefetto tenta soluzioni di compromesso. Appigliandosi a una tradizione pasquale ebraica, propone di scegliere se salvare Gesù o un altro detenuto, Barabba, appartenente al gruppo degli zeloti, ostili all’aristocrazia sadducea e promotori dell’indipendenza dai Romani. Ma gli interpellati scelgono di risparmiare lo zelota (come già detto sopra, questo episodio è dubbio, in quanto dell’esistenza di Barabba ne parlano solo i Vangeli ed è molto discutibile il fatto che il prefetto abbia preferito liberare un pericoloso patriota per gli ebrei o un rivoltoso per i romani). Pilato, fa comunque flagellare il prigioniero sperando di soddisfare gli accusatori, ma alla fine cede. È ormai pieno giorno, e l’epilogo è noto: Gesù è condannato alla crocifissione, pena riservata ai traditori dello Stato e a chi commetteva reati particolarmente infamanti.

CONDANNA NECESSARIA. Ma perché Pilato si arrese? Alcuni pensano che abbia ceduto di fronte alla minaccia, rivoltagli dal Sinedrio, di future lamentele da riportare a Tiberio stesso, sintetizzate da una frase dei Vangeli: “Se rilasci costui non sei amico diCesare”. Ma cìè chi ha sostenuto una tesi diversa. “Forse colpito dal magnetismo di Gesù, Pilato si sarebbe reso conto che questi non faceva nulla per salvarsi,decidendo alla fine di assecondarlo. Gesù non cercò mai di sottrarsi alla condanna, perché pensava che il suo sacrificio fosse l’unico esito coerente con il messaggio della propria predicazione”, sostiene Schiavone.
Senza la pena capitale, la portata innovativa                        
 del suo messaggio sarebbe sfumata e la fede cristiana non avrebbe avuto nessun morto risorto. La Storia gli diede ragione: se quel processo non fosse andato così, non sarebbe mai nata una nuova, rivoluzionaria religione.

Fonti di parte
La fonte principale sul processo a Gesù sono i Vangeli, anche se un cenno si trova negli Annales di Tacito (quando si parla delle persecuzioni di Nerone conro i cristiani) e in un passo (probabilmente aggiunto nel Medioevo) delle Antichità giudaiche di Flavio Giuseppe. Ma i Vangeli riportano diverse varianti e per molti stori la più attendibile è quella di Giovanni.
RICOSTRUZIONI. Alcuni episodi sembra sino stati creati per addossare la colpa del deicidio sull’intero popolo ebraico. Scienza emblematica sarebbe stata la scelta tra Gesù e Barabba, compiuta da “Tutto il popolo”. Una circostanza che Giovanni sembra escludere, addossando la decisione ai sacerdoti presenti. Secondo Luca, Pilato avrebbe demandato il giudizio sul prigioniero a Erode Antipa. Una scelta incomprensibile, per ragioni sia cronologiche che politiche, ma necessaria a incolpare anche il rappresentante della Galilea, un ulteriore segmento della nazione ebraica. Quanto al lavaggio delle mani, con cui Pilato sottolineava di non essere responsabile della condanna, era un rituale purificatorio giudaico, che un funzionario romano non avrebbe mai compiuto.

Articolo in gran parte di Massimo Manzo pubblicato su Focus Storia n. 140. Altri testi e immagini da Wikipedia.









 

 




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