martedì 31 luglio 2018

La lunga marcia di Radetsky

LA LUNGA MARCIA DI RADETZKY

A 47 anni suonati sconfisse Napoleone, a 70 fu nominato fedelmaresciallo, a 81 trionfò a Custoza e si ritirò dall’esercito dopo 73 anni di onorato servizio…


Per gli austriaci era semplicemente “papà Radetzky”, il padre della patria il generale che riuscì a risollevare le sorti di un impero traballante. La retorica risorgimentale lo dipinse come un aguzzino senza scrupolie il nemico numero uno dell’unità d’Italia. A ogni latitudine, infine, è noto per aver dato il nome alla marcia più popolare di tutti i tempi: la Radetzky Marsch di Johann Strauss, che ogni anno chiude il concerto di capodanno alla Filarmonica di Vienna. Sono passati più di 150 anni dalla sua morte, eppure Josef Radetzky continua a dividere gli storici. Grande condottiero? Orco? Dipende dai punti di vista. Di sicuro coraggioso generale legatissimo a Milano, città cui trascorse gli ultimi anni della sua lunga vita.



NATO PER COMBATTERE. Il giovane conte è troppo debole per farsi carico delle faiche del servizio militare”  scriveva un medico che lo visitò a 12 anni. Mai diagnosi fu più sbagliata. Quello che sembrava un fragile ragazzino sarà sui capi di battaglia di mezza Europa. Nato nel 1766 a Trebnitz (oggi Sedlcany, nella repubblica Ceca) da una nobile ma squattrinata famiglia boema, Johann Josef-Franz-Karl Radetzky non ebbe un’infanzia fortunata.
La madre morì dandolo alla luce, il padre lo lasciò quando aveva dieci anni e il nonno, che l’aveva preso in custodia, a 15. Negato per gli studi ma dotato di intelligenza pratica, il giovane trovò una nuova famiglia nell’esercito. “L’impero Austroungarico era all’epoca una vasta unione di etnie e religioni diverse, ma le armate erano al di sopra delle differenze nazionali”, racconta Marco Scardigli, storico militare e autore di numerosi saggi tra cui Le grandi battaglie del risorgimento (Utet) “Radetsky diventò presto l’emblema del perfetto ufficiale asburgico: efficiente, disciplinato, in grado di gestire al meglio i soldati e portare di una cieca fede verso l’imperatore”.


Radetzky in uniforme austriaca su cui spiccano il collare del Toson d'oro austriaco, la Croce dei cannoni e la placca di Gran Croce dell'Ordine di Maria Teresa.

ALL’OMBRA DI NAPOLEONE. Esordì contro i turchi nel 1787 facendosi poi le ossa contro gli eserciti della Francia rivoluzionaria e le temibili armate di Napoleone. Durante queste campagne si guadagnò il rispetto delle truppe e la fiducia di illustri personaggi come l’imperatore d’Austria Francesco I e lo zar Alessandro I. Nel 1805 fu promosso maggior generale e nel 1813 partecipò alla battaglia di Lipsia come capo di stato maggiore.
Piegato Napoleone, a 47 anni suonati Radetzky poté quindi marciare con orgoglio a Parigi, ma dopo il Congresso di Vienna del 1815, malgrado i molti meriti, fu confinato a mansioni minori.
La Restaurazione tese a cancellare ogni traccia del periodo napoleonico e Radetxky, che aveva imparato molto dalle strategie mese in atto da Napoleone, venne considerato troppo ‘innovativo’”, chiarisce l’esperto. La sua carriera sembrava dunque avviata al tramonto. In famiglia le cose non andavano meglio. Tra una guerra e l’altra nel 1798, Joseph aveva spostato l’aristocratica friulana Francesca Romana von Strassoldo-Grafenberg, che gli diede otto figli e una montagna di grattacapi. Incapaci di gestire le finanze, moglie e prole lo riempirono infatti di debiti. “Egli stesso era incline all’azzardo, capace di giocarsi la pensione, l’appannaggio di generale, i beni immobili e icavalli lipizzani cui teneva forse più che ai propri figli”, racconta lo storico Giorgio Ferrari nel libro Le cinque giornate di Radetzky (La Vita Felice).


La battaglia di Lipsia (16-19 ottobre 1813) che segnò una delle sconfitte decisive di Napoleone
  
  
DI NUOVO IN PISTA. Ma non era ancora ora di mettersi a riposo: l’occasione per rimettersi in pista furono i moti rivoluzioni del 1830, durante i quali intellettuali e borghesi unirono alla richiesta di costituzioni liberali quella di indipendenza nazionale. Anche l’Italia era inquieta, così Francesco richiamò l’attempato Radetsky, non prima di avergli ripianto i debiti. Il vecchio generale entrò in servizio come subordinato del feldmaresciallo Frimont, comandante delle armate in Italia, ma presto prese il posto del collega. La nomina feldmaresciallo arrivò a   70 anni. “Ristabilita la situazione, organizzò manovre di addestramento e rafforzò le fortezze del cosi detto ‘quadrilatero’ che comprendeva Peschiera, Mantova, Legnago e Verona2, racconta Scardigli. Insediatosi a Milano a Palazzo Arconati, Radetzky aveva l’aspetto di un vecchio severo e un po’ burbero.: era schietto e giovale, amava la vita semplice e la buona tavola, soprattutto gli gnocchi. A cucinarglieli era una giovane e prosperosa stiratrice di Sesto San Giovanni di nome Giuditta Meregalli, da cui ebbe quattro figli. Il vecchio comandante, trovandosi più a suo agio con lei che con la fredda moglie friulana, la coprirà di premure aprendole persino un’osteria. L’idillio milanese però stava finendo.
Nel 1848 l’Europa era di nuovo sull’orlo del precipizio: ai quattro angoli del continente la richiesta di costituzioni e governi liberali investì come un’onda anomala i sovrani assoluti, mettendo in crisi l’Impero austro-ungarico. L’insurrezione colpì persino Vienna, costringendo Metternich, artefice della Restaurazione a fuggire a gambe levate.

Risultati immagini per Episodio delle cinque giornate di Baldassare Verazzi (Combattimento presso il Palazzo Litta). Si noti la scritta "W Pio IX" sul muro alla destra dell'uomo intento a mirare col fucile e il suo cappello "alla calabrese".

Episodio delle cinque giornate di Baldassare Verazzi (Combattimento presso il Palazzo Litta). Si noti la scritta "W Pio IX" sul muro alla destra dell'uomo intento a mirare col fucile e il suo cappello "alla calabrese".



Documento del Consiglio di guerra del 20 marzo 1848 in cu si invitano i milanesi a conquistare una porta, firmato da Cattaneo e Cernuschi


La battaglia di Custoza

La battaglia di Custoza del 24 giugno 1866 fu la battaglia che diede inizio alle manovre offensive della Terza guerra d'indipendenza sulla terraferma e che vide la sconfitta delle truppe italiane, numericamente superiori e comandate dal generale La Marmora, di fronte alle truppe austriache dell'arciduca Alberto d'Asburgo, duca di Teschen.
Le premesse politico-militari che condussero a questa battaglia sono sostanzialmente le stesse che diedero luogo allo scoppio della guerra austro-prussiana e, allo stesso tempo, della terza guerra d'indipendenza


Presa di Milano (5-6 agosto 1848)

RISCOSSA INASPETTATA. I tumulti dilagarono anche nel Lombardo-Veneto, a marzo i rivoluzionari guidati da Daniele Manin cacciarono le truppe austriache da Venezia proclamando la Repubblica di San Marco, mentre a Milano si moltiplicarono gli scontri tra esercito imperiale e popolazione. Radetzky provò a reprimere i disordini con la forza , ma gli insorti ebbero la meglio e dopo cinque di lotte (dal 18 al 22 marzo) fu costretto a rifugiarsi nel Quadrilatero. La leadership meneghina chiese aiuto al re di Sardegna Carlo Alberto di Savoia, che il 23 marzo aprì le ostilità contro l’Austria. Era scoppiata la prima guerra di indipendenza. In primavere le truppe piemontesi rinforzate da volontari provenienti da tutta Italia, raccolsero i primi successi militari e per Radetzky sembrò mettersi male. A 81 anni ma con energia da vendere, il feldmaresciallo non tradì le speranze dell’Impero: dopo. aver riorganizzato l’armata, tra il 23 e il 25 luglio raccolse una folgorante vittoria a Custoza e il 6 agosto rientrò trionfante a Milano, al grido “instà i sciuri” (sono stati i signori) , con cui il popolo addossava alla borghesia e all’aristocrazia progressista le responsabilità della rivolta. “Il successo arrivò grazie alla disorganizzazione delle forze italiane, che pagarono lo scotto di profonde divisioni politiche” afferma Scardigli. L’eco di Custoza raggiunse Vienna e Radetzky si trasformò in salvatore della patria. Fu allora che Johan Strauss gli dedicò la celebre marcia (vedi files da you yube sopra). Carlo Alberto dovette firmare l’armistizio di Vigevano e l’anno dopo subì un’altra batosta a Novara che lo convinse ad abdicare in favore del figlio Vittorio Emanuele II.

DURA REPRESSIONE. I rivoluzionari pagarono la loro iniziativa. Nominato governatore del Lombardo-Veneto , Radetsky punì con durezza aristocratici e borghesi che avevano animato la rivolta, facendo fioccare condanne a morte. Fu allora che si guadagnò la fama di impiccatore, con cui fu etichettato per decenni dalla propaganda del Risorgimento. “Pur condannando gli eccessi della repressione, Radetzky non riuscì a sfruttare politicamente i successi bellici e instaurò un governo oppressivo. Ragionava da comandate militare, convinto convinto che l’unità dell’impero fosse un valore da difendere a tutti i costi” spiega l’esperto.
Il feldmaresciallo era ormai molto vecchio e continuava a vedere il mondo in bianco e nero. Visse nella “sua” Milano un altro decennio prima di spegnersi nel 1858 alla veneranda età di 91 anni. Appena un anno dopo, con la Seconda guerra di indipendenza gli austriaci avrebbero lasciato per sempre la Lombardia.

Articolo in gran parte di Massimo Manzo pubblicato su Focus storia n. 138 Altri testi e immagini di Wikipedia.  




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