martedì 31 luglio 2018

Il bussines plan delle crociate

Il business plan delle crociate.
Dalla chiamata alle armi al reclutamento di uomini fino al trasporto di armi e bagagli. Ecco come ci si organizzava per conquistare la Terrasanta.

Tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare. Nel caso delle crociate, tra la retorica cristiana e l’arrivo degli eserciti in Terrasanta, c’era invece un’organizzazione minuziosissima. Altro che cieco fanatismo religioso, le “guerre volute da Dio” furono pianificate senza lasciare spazio al caso: dai meticolosi bilanci di spesa alla ricerca dei finanziamenti, dalla messa a punto di una strategia e di un comando condiviso al reclutamento delle truppe, dall’organizzazione dei trasporti a quella dei vettovagliamenti. “I comandanti delle crociate e i cavalieri erano uomini d’affari, istruiti o circondati da consiglieri con un buon grado d’istruzione e doti matematiche negli affari, da persone di legge, di religione, di spettacolo e di armi”, sostiene Christopher Tyerman, docente di Storia medievale all’Hertford College di Oxford, che sull’argomento ha scritto un libro: “Come organizzare una crociata (Utet)”. Insomma: le guerre di religione si combattevano grazie alla ragione. La stessa che ogni volta ispirava ai pontefici le giuste motivazioni per mettere in moto l’enorme macchina bellica in difesa della cristianità.

ARMIAMOCI E PARTITE. Di solito il capo della chiesa sceglieva un fatto contingente, spesso condito di atrocità, per colpire la pancia dei cattolici e unirli contro il comune nemico mussulmano in una guerra a 4mila km da casa. Trovato il casus belli, c’era la fase due: la propaganda. Il metodo era quello utilizzato ancora oggi dai politici in periodo pre-elettorale: frenetici tour di predicazione, sostenuti da uomini di religione con una certa inclinazione alla teatralità, pagati per convincere chiunque avesse i mezzi (e, fino al XIII secolo, il permesso della moglie) a “prendere la croce” e combattere le guerre sante in cambio del perdono di ogni peccato. Il predicatore Giovanni di Xanten esibiva le sue arti oratorie con gli occhi chiusi, come se fosse ispirato da un’estasi divina, mentre nel 1214 a Bedum (Paesi Bassi), Oliviero di Paderborn animò il suo sermone con la presunta apparizione del crocefisso in cielo, confermata con vero entusiasmo solo da una bambina di undici anni. Alcuni predicatori si vantavano di far cadere in trance le donne con le loro parole, altri dicevano di aver compiuto miracolose guarigioni e, nel caso del famoso monaco, teologo e futuro san Bernardo di Chiaravalle, persino di aver resuscitato un morto.

IL RECLUTAMENTO. Ma era nei concili ecclesiastici aperti ai signori laici e nei convegni tra nobili che si gettavano le basi per la partenza: tra retoriche esortazioni alla guerra santa, negoziati politici e diplomazia, durante queste assemblee si reclutavano i monarchi e i grandi aristocratici, si confermavano gli impegni presi e si concordavano i dettagli finanziari.
“Nel 1146, le assemblee tenutesi a Vézelay per Pasqua e a Speyer (Spira) per Natale non furono solo uno sfondo perfetto per la predicazione di Bernardo di Chiaravalle e per l’assunzione della croce da parte della nobiltà francese e tedesca, ma offrirono l’opportunità al re Luigi VII di Francia e Corrado III di Svevia di affermare la loro leadership nella seconda crociata”, afferma Tyerman. I signori più potenti, che partivano con il loro numeroso seguito di parenti, amici e servitori, arruolavano con accordi di clientela o di servizio retribuito i signori più piccoli. A loro volta in una complicata matrioska di obblighi, vincoli e legami feudali o familiari, costoro si avvalevano dell’aiuto di cavalieri, alcuni dei quali di classe e ricchezza sufficiente da avere stendardi propri e a loro volta un seguito di cavalieri di rango inferiore, mantenuto con la retribuzione ricevuta dai loro signori. Come se non bastasse, al variegato nucleo di combattenti si aggiungevano mercanti, artigiani specializzati e professionisti di vario tipo, tra cui i medici e gli indispensabili “maestri inventori di grandiose macchine da assedio”, come la grande ‘lanciapietre di Dio’ o la ‘Cattiva vicina’ usate sotto le mura di Acri durante la Terza crociata. Necessari a mandare avanti questa specie di villaggio itinerante, erano capaci anche di riciclarsi, all’occorrenza, in ruoli diversi, come fecero quei mozzi di stalla e quei cuochi che nel 1203, fuori Costantinopoli, difesero il campo crociato con trapunte, drappi da sella, vasi di rame, mazze e pestelli.
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Miniatura del XIV secolo raffigurante l'assedio di GerusalemmeGoffredo di Buglione utilizza una torre d'assedio per assaltare le mura.

Quote rosa in campo.
Mogli, dottoresse, combattenti: anche le donne partecipavano alla guerra sana, ma in modo più defilato degli uomini. A casa, in assenza dei mariti, dovevano occuparsi dei beni di famiglia, spesso rischiando aggressioni fisiche e legali. Alcune invece partivano con i loro uomini. Quelle di origini più umili facevano le   lavandaie, le prostitute o le macinatrici di grano nei campi crociati. Ma non mancavano le dottoresse e le guerriere, appartenenti di solito alla nobiltà.
TUTTO FARE. Troviamo esempi di queste categorie nella Settima crociata, cui presero parte la magistra Hersende, medico del re di Francia Luigi IX, e la moglie del re Margherita, che ormai al termine della sua gravidanza, a Damietta (Egitto) tenne insieme una guarnigione cristiana, organizzando anche il riscatto per il marito catturato.

COME UN’ORCHESTRA. L’unione di tante persone di lingue e Paesi diversi e non sempre in buoni rapporti reciproci faceva dell’esercito crociato una sorta di orchestra con innumerevoli strumenti. Come potevano suonare all’unisono? La Prima crociata e le spedizioni successive del 1100-1101 dimostrarono come migliaia di decisioni individuali e di gruppo potevano combinarsi in un’impresa militare coerente. I canali di comunicazione erano estesi, strutturati sulle reti feudali e parentali, sulla stessa origine geografica e sui rapporti economici”, scrive Tyerman. I comandanti si riunivano per concordare strategie militari comuni e le decisioni erano prese in maniera collettiva: durante la Quarta crociata, nei momenti di pericolo, di emergenza o quando c’era del dissenso, il comando consultava le ‘comuni delle schiere’ e teneva delle assemblee. Ma già nella precedente spedizione, nel maggio 1192, persino uno abituato a far sempre di testa propria come Riccardo Cuor di Leone fu costretto a portare un secondo attacco a Gerusalemme, su insistenza delle comuni dell’esercito. Eppure i mussulmani non erano l’unico problema dei crociati. I soldati di Cristo avevano un nemico più forte e insidioso che solo una buona organizzazione poteva sconfiggere: la fame.

Il vademecum del buon crociato.
Le enormi coalizioni che si raccoglievano sotto gli stendardi della Croce non avevano legami unitari con i signori e neppure un sistema legale comune: in pratica erano prive di legge. Dalla Seconda crociata in poi, furono quindi stabiliti preventivamente dei regolamenti, che tutte le forze alleate dovevano rispettare: le prescrizioni riguardavano la disciplina, l’abbigliamento, la spartizione del bottino, il comportamento.
PUNIZIONI. Durante la Terza crociata, Riccardo Cuor di Leone decise che i disertori di basso rango avrebbero perso un piede e i cavalieri la cintura (cioè il loro status). Gli assassini erano bruciati vivi se erano nell’esercito, gettati a mare se si trovavano sulle navi. Persino le imprecazioni erano multate e il gioco d’azzardo era proibito a marinai e soldati, pena, per i primi, un giro di chiglia, per i secondi tre giorni di frustate.


TRUPPE DA SFAMARE. “Cibo e bevande determinavo il corso delle crociate. Lo spostamento di armate così grandi comportava seri problemi di approvvigionamento: se non si svolgevano trattative preventive riguardo all’accesso ai mercati, si rischiava di mettere a repentaglio la sopravvivenza di qualsiasi esercito in marcia per tragitti lunghi”, spiega Tyerman. Nel 1246 già due anni prima dell’arrivo dei soldati, gli agenti di Luigi IX erano attivi a Cipro per accumulare scorte di grano e di vino per la Settima crociata. Poco più di mezzo secolo prima, il previdente Riccardo Cuor di Leone, un po’ come facciamo noi quando andiamo all’estero con gli spaghetti, si portò da casa la pancetta, immaginando che il maiale sotto sale non sarebbe stato facilmente reperibile nelle regioni musulmane. Ovviamente gli approvvigionamenti per la coalizione, così come gli stipendi dei cavalieri, il loro equipaggiamento e il trasporto degli eserciti in Terrasanta via mare o via terra, avevano un costo. Ed era spaventoso, anche considerando che il finanziamento della crociata era un’impresa collettiva di comandanti, signori e singoli combattenti, basata sull’imposizione di tasse al popolo, sulla richiesta di prestiti e sulla vendita dei propri beni. “Un re non dovrebbero essere soltanto devoto, ma anche libero dalla paura della povertà”, aveva commentato il cappellano del re di Francia Luigi VII, di fronte al fallimento economico della Seconda crociata. Forse per non fare la stessa figura, capendo che i fondi della Corona non sarebbero bastatati per la sua grande crociata, re Riccardo mise in vendita, come ricorda il suo segretario di corte, “tutto quello che aveva: cariche, signorie, ducati, sceriffati, castelli, cittadine, terra, tutto”“Sarei disposto a vendere anche Londra, se trovassi un compratore”, pare avesse confessato più o meno scherzosamente, agli amici. D’altra parte, come notò il teologo e predicare Alain de Lille (1125-1202) in uno dei suoi sermoni a favore della crociata, Cristo aveva una particolare predisposizione per i poveri: di spirito, non di beni materiali.



Articolo in gran parte di Maria Leonarda Leone pubblicato su Focus storia n. 140. Altri testi e immagini da Wikipedia. 

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