martedì 31 luglio 2018

Di chi e di cosa ridevano i romani

Di cosa e di cosa ridevano i romani.

Nell’antica Roma scherzi e battute erano parte integrante della quotidianità e non risparmiavano nessuno.

Si dice che ogni popolo ha il suo senso dell’umorismo, non sempre facile da capire per gli altri. Lo spirito caustico degli antichi romani rifletteva il carattere insolente e sarcastico di quella che in origine era una comunità di contadini e soldati. Il cosiddetto Italum acetum costitutiva l’altra faccia della gravitas, la rispettabile serietà che si sforzavano di trasmettere i cittadini dell’élite.
I romani davano un tocco umoristico anche al terzo componente del nome, il cognome, che spesso traeva origine dal riferimento a qualche caratteristica di famiglia. Ad esempio, il nome completo del famoso poeta Ovidio era Publio Ovidio Nasone. Cicerone, invece, viene da “cicer o cece” forse perché i suoi antenati coltivavano ceci oppure perché il capostipite aveva un’escrescenza sul volto che dava la forma del legume. Tra i cognomi particolarmente curiosi, troviamo Bruto (massiccio), Ruffo (dai capelli rossi), Capitone (dalla testa grande) e Strabone (guercio).


La commedia: i romani ridono di sé stessi.
Alla morte di Plauto “il riso, lo scherzo e il divertimento (…) piansero insieme” recita un epitaffio di cui probabilmente lui stesso è l’autore. Nelle opere del celebre commediografo latino sfilano i tipi sociali più caratteristici: il vecchio libidinoso che contende al figlio una bella cortigiana, la matrona romana prepotente e sprecona, il servo scaltro e imbroglione, il parassita morto di fame, il soldato fanfarone, il protettore spietato e ripugnante, i banchieri avidi e tirchi. Plauto accentuava i difetti di ogni personaggio per fare ridere il suo pubblico e non esitava a ricorrere a un linguaggio scurrile. “A casa di quella zoccola se ne andava lo schifoso, quel miserabile ubriacone che ha corroto anche mia figlio”, una moglie tradita nella commedia l’Asinaria.  

               
Tito Maccio Plauto (in latinoTitus Maccius Plautus o Titus Maccus PlautusSarsina, tra il 255 e il 250 a.C. – 184 a.C.) è stato uncommediografo romano.

Plauto fu uno dei più prolifici e importanti autori dell'antichità latina.
Egli fu esponente del genere teatrale della palliata, ideato dall'innovatore della letteratura latina Livio Andronico. Il termineplautino, che deriva appunto da Plauto, si riferisce sia alle sue opere sia ad opere simili o influenzate da quelle di Plauto.
(LA)
« Tibi aras, tibi seris, tibi item metes, tibi denique iste pariet laetitiam labor. »
(IT)
« Per te ari, per te semini, per te ugualmente mieti, infine questa fatica ti procurerà gioia. »
(Tito Maccio Plauto, Mercator)



IMPERATORI GROTTESCHI. Anche agli imperatori venivano affibbiati nomignoli scherzosi. Quando Tiberio era ancora un soldato i suoi commilitoni lo prendevano in giro storpiando il suo nome, Tiberius Claudius Nero, in Biberius Caldius Mero, tre doppi sensi che alludevano alla sua natura di gran bevitore, amante del vino caldo e puro (merum).
 I legionari amavano farsi beffe dei generali nei carmina triumphalia, i canti che accompagnavano le sfilate degli eserciti vittoriosi attraverso il centro di Roma. Durante la parata trionfale del 46 a.C. Giulio Cesare dovette sopportare gli sberleffi dei suoi soldati, che intonavano: “cittadini, sorvegliate le vostre donne,vi portiamo il calvo adultero”, in allusione alla vita dissoluta del loro comandante e alla sua pronunciata calvizie. Giravano inoltre riferimenti maliziosi alle sue relazione con il re di Bitinia: “Cesare sottomise le Gallie, Nicodeme sottomise Cesare”. I toni burleschi che caratterizzavano questi versi avevano probabilmente anche lo scopo di evitare gli eccessi di superbia del generale vincitore.
Cicerone diceva che in una città così pettegola nessuno era al riparo dalle maldicenze. Erano proprio le persone dell’alta società come lui, presunte depositarie della gravitas, a riversare il loro humor tanto nei discorsi pubblici come nella vita privata. Quando vide suo genero Lentulo, che era basso di statura, con una lunga spada appesa in vita, Cicerone esclamò: “chi ha legato mio genero a quel ferro?”. A proposito di una matrona romana piuttosto in là con gli anni che dichiarava di averne solo una trentina, commentò: Dev’essere senz’altro vero, sono già vent’anni che glielo sento ripetere”.
Anche l’imperatore Augusto aveva uno spiccato senso dell’umorismo. Quando il console Galba, che era gobbo, lo invitò a correggerlo nel caso in cui avesse commesso degli errori, Augusto gli rispose che avrebbe anche potuto correggerlo, ma non certo raddrizzarlo. Le prese in giro non erano sempre ben ricevute dai destinatari. Cornelio Fido, genero di Ovidio, si mise a piangere in senato perché qualcuno gli aveva dato dello “struzzo spelacchiato”. A volte ridere in pubblico poteva essere pericoloso. Nel 192 d.C. lo storico Cassio Dione si trovava con alcuni colleghi senatori al Colosseo, dove si svolgeva un’esibizione dell’eccentrico imperatore Comodo. A un certo punto il sovrano romano uccise uno struzzo al centro dell’arena, lo decapitò e si girò verso di loro facendogli capire che avrebbero potuto fare la stessa fine. La scienza provocò una certa ilarità trai i senatori, ma per evitare di scoppiare a ridere apertamente Dione si mise a masticare delle foglie di alloro della sua corona, prontamente imitato dato compagni.


Attori comici che danzano, mosaico nella Villa di Cicerone a Pompei

RIDERE DELLE DEFORMITA’.  A volte venivano invitate a intervenire ai banchetti anche persone con disabilità fisiche come nani o gobbi, o intellettuali. I loro intermezzi, probabilmente, suscitavano le risa dei commensali.

COMICI DI PALAZZO. Presso la corte imperiale non mancavano i buffoni per il divertimento dei regnanti. Il prediletto di Augusto e del suo circolo era un comico di nome Galba. Tiberio, dal canto suo, annoverava un nano tra i suoi giullari. Domiziano invece assisteva agli spettacoli dei gladiatori in compagnia di un giovane dal cranio piccolo e deforme, che si sedeva ai suoi piedi vestito di rosso conversava con lui tra il serio e il faceto. All’epoca di Traiano a incaricarsi dei motti di spirito era un certo Capitolino, che secondo Marziale, era ancora più divertente di Galba.
Anche le menomazioni fisiche e mentali potevano essere oggetto di scherno, ma per qualcuno c’erano dei limiti. In una delle sue lettere a Lucilio, Seneca cita una certa Arpaste, una serva matta ereditata dalla prima moglie “che non sa di essere cieca (…) e dice che la casa è buia”. Il filosofo afferma con grande umanità che è contrario a ridere delle miserie della gente e aggiunge: “Se voglio divertirmi con un pagliaccio, non devo cercare lontano: rido di me”. L’umorismo era il protagonista indiscusso delle conversazioni in strada e in taverna. Ne sono una testimonianza i graffiti sui muri degli edifici di Pompei, dove abbondano scherzi, invettive e caricature d persone reali. I clienti scontenti di una pensione scrivono per esempio: “Abbiamo pisciato a letto. Lo confesso, ospite abbiamo sbagliato. Ma se mi chiedi perché rispondo: non c’era un orinale”.  Quando Ventidio Basso raggiunse una delle più alte cariche della magistratura, la gente ripensò con stupore alle sue origini di mulattiere. Qualcuno scrisse per le vie di Roma: “Accorrete, auguri tutti e aruspici! È avvenuto proprio adesso un prodigio straordinario: quello che stigliava i muli è stato eletto console”. Tracce di umorismo popolare sono visibile anche in alcuni epigrammi satiri di Marziale, famosi per le loro chiuse brevi e incisive. Il poeta spagnolo amava prendere di mira con il suo spirito caustico i difetti fisi e caratteriali dei suoi contemporanei: “Quinto ama Taqide. Taide quale? Taide la guercia. A Taide manca un occhio, a Quinto tutti e due”.

ANTOLOGIA DI BARZELETTE. Ciononostante, bisogna aspettare il IV, V secolo d.C. per trovare ima vera e propria raccolta di barzellette. È scritta in greco e si intitola Philogelos, che letteralmente significa “l’amante della risata”. L’antologia contiene circa 270 barzellette di vario tipo. Alcune hanno come protagonisti gli abitanti di Abdera (nella Grecia settentrionale), anticamente considerati gli scemi per antonomasia, insieme ai cumani (detti anche poloviciani). Ma compaiono anche eunuchi, falsi indovini e misogini. Ecco un esempio che dimostra come certe forme di umorismo siano una costante di ogni epoca. Un indovino incompetente predice a uomo il suo futuro e gli dice che non potrà avere figli. Quando l’uomo ribatte che ne ha già sette, l’indovino replica: “Ma li hai guardati bene?”.  Altre barzellette: un uomo che sta rientrando da un viaggio chiede a un falso indovino notizie sulla sua famiglia. “Stanno tutti bene, anche tuo padre”, dice l’indovino. “Ma mio padre è morto dieci anni fa”, risponde l’uomo. Al che l’indovino ribatte: “che fosse tuo padre lo credi tu”. Un abitante di Abdera vede un eunuco conversare con una donna e gli chiede se è sua moglie. Quando quello gli risponde che gli eunuchi non possono avere donne, l’abderita replica: “Allora dev’essere tua figlia”. Un uomo si lamenta con un intellettuale perché lo schiavo che gli ha venduto è morto. Questi gli risponde: “Che strano finché ce l’avevo io non è mai successo”. 

https://viadellebelledonne.wordpress.com/2008/12/14/come-ridevano-gli-antichi-philogelos/


Articolo di Fernando Lillo Redonet pubblicato su Storica National Geografic di giugno 2019 immagini da wikipedia.



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