martedì 31 luglio 2018

Una perla a oriente

Una perla a oriente.
In Asia Minore sorgeva una città che gareggiò per bellezza con Atene e con Roma: era Pergamo, che fiorì tra il III e il II secolo a.C.


modello città di Pergamo

A più di 300 metri di altezza e a una trentina di chilometri dalla costa dell’Egeo, dalla cima rocciosa di una collina la sua acropoli maestosa domina la valle del fiume Caico (nell’attuale Turchia). Il sole che sorge illumina poco alla volta la rocca antica, i palazzi reali e i templi sulla città alta, scacciando le ombre dai porticati, dal grande teatro e dalla piazza coperta. Un po’ più in basso, lungo il crinale scosceso, la luce irrompe nei ginnasi e più giù ancora risveglia gli abitanti, una folla eterogenea di bottegai, artigiani, artisti, uomini liberi e schiavi, per lo più discendenti dai coloni greci e delle popolazioni originarie dell’Asia Minore, conducendoli alle loro occupazioni, per gli stretti vicoli e le scalinate che collegano questa città a più piani. Ecco la splendida Pergamo (oggi Berghama), la florida capitale, fra il III e il II secolo a.C. di un regno ricco e ben amministrato, affacciato sull’Egeo e sullo Stretto dei Dardanelli ed esteso nella parte occidentale dell’Asia Minore (l’odierna Anatolia) fino alla moderna città di Ankara. “Di Pergamo abbiamo notizie come polis solo a partire dagli inizi del IV secolo a.C., quando ne parla lo storico greco Senofonte nelle Elleniche. È certo però che fosse abitata già durante l’età arcaica: la documentazione archeologica risale almeno al VII secolo a.C., ma non è stato possibile, finora, determinare con precisione chi la abitasse come fosse governata”, spiega Federico Maria Muccioli, docente di Storia greca e storia ellenistica all’Università di Bologna.
Ma come poté una rude fortezza dell’Asia Minore trasformarsi in uno dei maggiori centri culturali e artistici d’epoca ellenistica? La risposta breve è: “grazie ai suoi sovrani”. Quella lunga richiede un salto nel 323 a.C.: l’anno in cui Alessandro Magno morì e i generali del condottiero macedone, i diadochi, se ne spartirono l’immenso regno. Uno di loro, Lisimaco, nel 301 a.C. scelse Pergamo come cassaforte e affidò la custodia del suo enorme tesoro a un collega, figli odi un greco di nome Attalo: il diadoco Filitero. Proprio lui, in capo a una ventina d’anni, sarebbe diventato il capostipite della dinastia degli Attalidi, che governò sulla città per 150 anni.


 
Il Regno di Pergamo intorno al 188 a.C.


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Testa di Lisimaco (Museo archeologico di EfesoSelçuk)
Lisimaco (in greco anticoΛυσίμαχοςLysímachosPella ?, 361 a.C./355 a.C. – Corupedio281 a.C.) è stato unsovrano e militare macedone antico. Fu uno dei diadochi di Alessandro Magnosatrapo e poi re di Tracia, dell'Asia minore e della Macedonia.

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Busto di Filetero (Museo archeologico nazionaleNapoli)

INIZIO IN SALITA. A dirla tutta, il tesoriere non si comportò da amico leale: nel 283 a.C. si impossessò di Pergamo, tradì Lisimaco e si schierò con il suo avversari, Seleuco I di Siria. Riconoscendosi suo vassallo, ottenne infine di rimanere padrone dell’oro e della fortezza, che gestì come un piccolo principato. Forse per cancellare questo inizio non proprio eroico, oltre che per crearsi un’immagine divina, il suo successore, Eumene, I (re dal 263 al 241 a.C.), diffuse il mito secondo cui la città sarebbe stata fondata da Grino, il nipote del mitico sovrano di Misìa, Telefo, figlio del semidio Eracle. “Di tutta questa costruzione genealogica, gli Attalidi valorizzarono soprattutto il legame con Telefo, di cui a Pergamo si celebrava il culto eroico, e, indirettamente, quello con Eracle, figlio di Zeus. Per questo motivo si definivano telephidat (cioè”discendenti di Telefo”)”, dice Muccioli. Di divino però, nella famiglia attalide ci fu solo il successo di Eumene che ne 262 a.C. sbaragliò l’esercito selucide, emancipandosi dalla condizione di vassallo dei sovrani di Siria.

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Moneta fatta coniare da Eumene, raffigurante suo zio Filetero (Cabinet des Médailles,Parigi)

MOMENTO D’ORO. L’altra pietra miliare nella storia venne posta 22 anni dopo dal nuovo signore della città, Attalo I (in carica dal 241 al 197 a.C.), quando sconfisse la tribù celtica dei Galati, secondo Polibio “la più tremenda e bellicosa torma che c’era allora per l’Asia”, e gli alleati seleucidi. Annettendo molti dei loro territori in Asia minore, fece di Pergamo un regno e di se stesso un re. Quindi, da vero sovrano, decise di dare via alla costruzione dei primi grandi monumenti sull’acropoli, dove, da allora, vennero celebrate attraverso l’arte le vittorie e la grandezza della dinastia. In epoca ellenistica fu il momento d’oro di Pergamo, culminato durante il regno dei figli di Attalo: Eumene II (197-159 a.C) e Attalo II (159-138 a.C.) “Gli Attalidi erano notoriamente amanti delle arti e della letteratura. Alla corte di Eumene II visse, tra gli altri, Cratete di Mallo, filosofo di scuola stoica e noto studioso di Omero, che esercitò una grande influenza culturale. Va anche notato, a dimostrazione della loro munificenza, che nella titolatura dei sovrani spesso si trovano gli appellativi Sotér ed Euerétes, cioè salvatore e benefattore”. Nota Muccioli. Le magnifiche architetture della capitale del loro regno lo confermano: per raggiungere l’acropoli, i pergameni, circa 200.000 persone nel momento di massimo sviluppo, sbuffando e sudando nelle loro tuniche bianche dovevano inerpicarsi lungo la strada principale, l’unica lastricata in roccia e abbastanza larga da far passare due carri contemporaneamente. Ma una volta lassù, la meraviglia prendeva il soppravvento. Uno dei simboli culturali più forti del potere regio era la biblioteca: con i suoi 200.000 volumi fu seconda per importanza solo a quella di Alessandria d’Egitto.

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Testa di Attalo I (PergamonmuseumBerlino)

Attalo Sotere (in greco anticoἌτταλος ΣωτήρÀttalos Sotér, "Attalo il Salvatore"; 269 a.C. – Pergamo197 a.C.[1]), chiamato nella storiografia moderna Attalo I, è stato un sovrano pergamenore di Pergamo, una polis greca dell'Asia Minore, nella moderna Turchia, dal 241 a.C. alla morte, prima come signore della città e poi come re.

 

Situazione politica nella Grecia del 200 a.C., alla vigilia dellaseconda guerra macedonica: in verde il Regno di Pergamo, in arancio il Regno di Macedonia, in giallo il regno dei Seleucidi

PRODOTTI SPECIALI. Lo scrittore latino Plinio il Vecchio sosteneva che, nel II secolo a.C., proprio l’antagonismo “librario” fra le due città, oltre al divieto emanato dal sovrano egizio Tolomeo V di rifornire la rivale di rotoli di papiro, spinse gli artigiani di Pergamo a perfezionare la produzione di quella che venne chiamata “pergamena”. Il particolare supporto per la scrittura ricavato dalla pelle delle pecore o delle capre soppiantò il fragile fogli alessandrino anche nelle esportazioni. Insieme a un altro apprezzato prodotto locale destinato al commercio: le Vestes Attalicae, speciali tende e vesti di broccato intessute di fili d’oro. “L’economia del regno si basaba sul supporto tra la capitale e il territorio circostante, che comprendeva poche città della costa e della valle del Caico e il territorio rurale con villaggi e templi, per lo più indigeni. Era nel complesso un’economia che riguardava l’esportazione di prodotti agricoli, in primo luogo grano, ma anche ceramica, unguenti e tessuti, che venivano inviati in tutto il mondo greco attraverso i porti sulla costa dell’Asia Minore, come quelli di Elea e Attalia, creati dai re di Pergamo”, sostiene l’esperto.


Tempio di Traiano sull'Acropoli di Pergamo.

L'Altare di Zeus a Pergamo è uno degli edifici più famosi e uno dei capolavori dell'arte ellenistica.
L'Altare di Zeus a Pergamo è uno degli edifici più famosi e uno dei capolavori dell'arte ellenistica. Fu fatto edificare da Eumene II in onore di Zeus Sotér e Atena Nikephòros per celebrare la vittoria sui Galati.
Attualmente la parte anteriore dell'altare si trova conservata al Pergamonmuseum di Berlino.[1]


IL GOTHA. Dai porti fino alla pulizia delle strade, l’influenza dei sovrani si faceva sentire direttamente o indirettamente in tutta la gestione della capitale. “Il sovrano amministrava appoggiandosi ai philoi, letteralmente gli ‘amici’, una vera classe dirigente, al fianco del re al di là dei rapporti personali e affettivi. Nominava inoltre cinque strateghi che si occupavano delle finanze pubbliche e sacre, e che esercitavano il ruolo di guida e di controllo sul Consiglio e sull’Assemblea popolare, due organi simili a quelli presenti di solito nelle città greche.” Prosegue lo storico. In comune con le poleis, i pergameni avevano anche le divinità. Ta gli altri, oltre ai titolari del grande altare sull’acropoli, Zeus Sotér (salvatore) e Atena Nikephoros (portatrice di vittoria); molto amato era Dioniso Kathegemon (il condottiero), nume tutelare della dinastia regnante. Inoltre fuori della città, a valle, si trovava il famoso santuario del dio della medicina Asclepio, dove gli antichi facevano la fila, come in una Lourdes del passato, in cerca di guarigione.

DONO PREZIOSO. A trasformare le magiche acque di quel luogo in un business erano stati i Romani, ma come erano arrivati a mettere le mani si Pergamo? In modo meno bellicoso del solito. Nel 133 a.C., ormai in punto di morte, l’ultimo sovrano legittimo della dinastia Attalo III, decise di disfarsi del regno come il più capriccioso dei ricconi: lo lasciò in eredità al popolo romano. Salvo qualche incidente di percorso, gli Attalidi erano stati alleati dei Roani fin dalla fine del III secolo a.C. e fra loro si era instaurato un proficuo rapporto di mutuo soccorso contro i comuni avversari d’Asia (primi tra tutti i Seleucidi). Per questo, lo storico romano Valerio Massimo vide nel testamento di Attalo quasi una restituzione di ciò che i suoi compatrioti avevano generosamente concesso alla dinastia orientale. Vero o meno, per gli Attalidi  quel lascito segnò la fine. Ma non fu lo stesso per Pergamo: anche se nel 129 a.C. i territori del regno entrarono a far parte della neonata provincia romana dell’Asia, l’ex capitale mantenne la condizione di città libera e alleata. E prima di seguire Roma nel suo declino, in epoca imperiale fiorì per altri due secoli, così bella che ne II secolo d.C. il grammatico e retore Teleto la definì terza capitale dell’impero dopo Roma e Atene. Glia Attalidi ne sarebbero stati orgogliosi.

Efeso, l’altro gioiello.

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teatro di Efeso

A poco più di un centinaio di chilometri da Pergamo, Efeso faceva a gara in bellezza con la capitale del regno attalide. Fondata, secondo il mito, dalle Amazzoni, contesa a lungo nelle lotte fra i diadochi dopo la morte di Alessandro Magno, la città fece parte del regno degli Attalidi a partire dal 190 a.C. Quando grazie al testamento di Attalo III, passò ai Romani, venne scelta al posto di Pergamo come capitale della nuova provincia dell’Asia, trasformandosi in una delle maggiori città dell’Oriente romano.
CONDANNATE IN ETERNO. Il destino di Efeso si incrociò con quello di Pergamo anche nei I secolo d.C, quando San Giovanni Evangelista cita le due città nell’Apocalisse, come due delle sette chiese d’Asia che Dio avrebbe punito per la loro dissolutezza. Peccato che nel 401 il tempio di Artemide a Efeso non sia stato distrutto dall’ira divina, ma dall’arcivescovo di Costantinopoli Giovanni Crisostomo.

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