sabato 4 agosto 2018

Ittiti - il potere dei carri da guerra

ITTITI
Il potere dei carri da guerra.

Nel II millennio a.C. nel Vicino Oriente si diffuse il carro da guerra: una nuova e potente arma che avrebbe sostenuto l’espansione dei grandi regni con l’impero ittita in Anatolia o l’Egitto dei faraoni.
 
Mappa storica dell'espansione del carro dal 2000 (cultura di Sintashta) al 500 a.C.

Attorno al 1350 a.C. raggiunse la sua massima espansione uno dei più potenti stati dell’antichità: l’impero ittita, i cui domini comprendevano l’Anatolia e gran parte della Siria attuale. Il prodigioso sviluppo degli ittiti fu favorito dal loro potenziale militare, la cui arma più temuta erano i carri da guerra. L’utilizzo di questi nuovi mezzi caratterizzò il II millennio a.C., l’era dei grandi regni del Vicino Oriente. Non sorprende affatto, quindi, che i carri siano menzionati in numerosi passi delle cosiddette “lettere di Amarna” , ovvero la corrispondenza diplomatica intercorsa tra diversi faraoni del Nuovo regno e altri sovrani della regione. Per esempio, Amenofi III saluta il re di Babilonia Kadashman-Enlil I con queste parole: “Io sto bene, spero anche tu. Mi auguro che siano in buona salute anche la tua casa, le tue mogli, i tuoi figli, i tuoi nobili, i tuoi cavalli, i tuoi carri e le tue terre. Io sto bene, e stanno bene anche la mia casa, le mie mogli, i miei figli, i miei nobili, i miei cavalli, i miei carri e i miei tanti soldati; nelle mie terre tutto è tranquillo”. In un’altra lettera il re d’Egitto minaccia velatamente un suo vassallo, il principe Ammiya in questo modo: “Sappi che il re è come il sole nel firmamento. I suoi soldati e la moltitudine dei suoi carri godono di ottima salute”.

Fare la guerra su ruote.

2500 a.C.
Sullo Stendardo di Ur sono raffigurati dei carri sumeri con ruote lignee piene, trainati da quattro   asini e armati di giavellotti che il compagno dell’auriga scagliava sui nemici.
1650-1550 a.C.
La popolazione asiatica degli hyksos si insedia nel delta del Nilo e governa una parte dell’Egitto con i sovrani della XV e XVI dinastia. Si ritiene introduca il carr oda guerra nel Paese.
1450 a.C.
Durante la campagna contro Megiddo, il faraone Thutmose III si impossessa di 2041 cavalli e quasi mille carri. In seguito distrugge il regno di Mitanni, aprendo così la strada allo scontro con gli ittiti.
1275 a.C. circa
Nella battaglia di Qadestra il faraone Ramses II e il re ittita Muwatalli II vengono impiegati migliaia di carri. Lo scontro non ha un chiaro vincitore e   sarà seguito da un trattato di pace.

 

stendardo di Ur

I PRIMI CARRI. Questi veicoli esistevano già mille anni prima che i sovrani del Vicino Oriente ne parlassero con tanto orgoglio nelle loro corrispondenze. L’esemplare più conosciuto è quello rappresentato nello Stendardo di Ur, un pannello di legno trovato in una tomba reale della città sumera di omonima e risalente al 2500 a.C.,: ha quattro ruote piene di un diametro tra i 50 e 80 centimetri e dei cerchi in pelle probabilmente fissati con chiodi di rame o bronzo. Secondo questa raffigurazione il carro trasportava un cocchiere e un guerriero armato di giavellotti. Il mezzo era trainato da una varietà di asino, i cui movimenti non venivano ancora diretti tramite il morso (una barretta che si introduce all’interno della bocca), ma con uno strumento molto meno efficiente, ossia un anello collocato sulla cartilagine nasale.  Di conseguenza i carri erano lenti e poco maneggevoli. La loro funzione era probabilmente quella di inseguire i nemici: ecco perché sono spesso rappresentati nell’atto di schiacciare l’avversario. Il carro doveva essere anche un elemento di prestigio usato nelle parate trionfali e nei riti funebri. Con il passaggio dal III al II millennio a.C, i carri divennero una delle principali armi dell’epoca e videro l’introduzione di varie novità: la ruota a raggi sostituì quella piena, il morso prese posto dell’anello nasale, e gli asini cedettero il passo a una coppia di cavalli uniti a un timone centrale al quale era agganciata una piattaforma aperta sul retrol nel corso del II millennio a.C. l’utilizzo di questi velivoli aumentò drasticamente. Intorno al 1650 a.C., durante l’assedio della città Ursu,  il re ittita Huttusili I dichiarava di avere 30 carri a fronte degli 80 dei suoi avversari hurriti. Tre secoli e mezzo più tardi, attorno al 125 a.C., nella battaglia di Qades, l’esercito ittita Muwatalli II poteva contare su circa 3700 carri, anche si solo 500 ittiti; il resto era messo a disposizione da 18 stati alleati o vassalli.


carro da guerra ittita 

IL NUOVO DISEGNO ITTITA. Gli ittiti svilupparono un nuovo modello di carro con ruote più leggere, a sei raggi invece di otto. Questo veicolo poteva trasportare tre soldati, per quanto se ne vedano solo due nei bassorilievi del grande tempio di Abu Simbel fatto costruire dal faraone Ramses II, l’avversario di Muwatalli a Qades. Secondo queste rappresentazioni il cocchio ittita misurava tra i 2,1 e i 2,5 metri di lunghezza. La maggior leggerezza rispetto a quelli nemici veniva compensata dalla presenza di un terzo passeggero. Oltre all’auriga e al guerriero c’era uno scudiero che si agganciava agli anelli posteriori della struttura e ne aumentava così la stabilità durante le manovre. La rapidità dei carri (che a volte si spostavano di notte) permetteva agli ittiti di compiere attacchi a sorpresa dagli effetti potenzialmente letali. Se sui carri ittiti si utilizzavano le lance, tra i contingenti nemici l’arma più diffusa era l’arco composito, realizzato con lamine di corno e vari tipi di legname. Con la sua portata di circa 200 metri e una frequenza di tiro tra i 6 e i10 proiettili al minuto, l’arco era molto più efficace della lancia o del giavellotto. Ma indipendentemente dalle armi presenti a bordo, il carro era utilizzato più per inseguire i nemici che per condurre degli attacchi veri e propri, anche se è probabile che in alcuni casi aiutasse la fanteria a rompere le file nemiche. Su un terreno favorevole poteva raggiungere una velocità di 16 chilometri all’ora. Per dotarsi di battaglioni di carri lo stato doveva disporre di ingenti risorse. Servivano ampi arsenali per custodire i veicoli (di solito smontati), grandi stalle per i cavalli e reti commerciali attive per procurarsi i vari tipi di legname. Il carro del XV secolo a.C. ritrovato a Tebe nella tomba Rosellini ha il timone e il mozzo in legno di olmo, l’asse e i raggi delle ruote in legno di rovere, e il gavello (l’anello esterno delle ruote) e il telaio in legno di frassino. Per non appesantire il veicolo di solito non si usavano i metalli. Le giunzioni dei vari elementi, compresi i raggi, erano realizzate con strisce di betulla o di cuoio bagnato. I gavelli delle ruote erano ricoperti da una fascia di pelle inumidita, che diventava più compatta mano a mano che si asciugava e fungeva da battistrada. L’asse delle ruote particolarmente lungo, poteva raggiungere i 2,5 metri, forniva una maggiore stabilità, soprattutto in curva. La piattaforma per i passeggeri era leggera e misurava circa un metro di larghezza e mezzo metro di profondità ed era  ricoperta di pelli e adornata con metalli preziosi.

Rilievo di Ramses II nella battaglia di Kadesh


 ILPROGRAMMA DI KIKKULI. La necessità di disporre di animali in buone condizioni per i battaglioni di carri è dimostrata dalla presenza di vari trattai di ippologia nell’archivio dell’edificio E della capitale ittita, Hattusa (l’odierna Bogazkale). Il più antico e completo è il testo di un maestro di nome Kikkuli, che inizia con queste parole “Così parla Kikkuli, l’addestratore di cavalli della terra di Mitani”. Il trattato risale al 1345  a. C. circa e si articola in tre parti. La prima è un sistema di selezione degli animali della durata di quattro giorni, la seconda, un programma di addestramento dettagliato che iniziava in autunno e durava 184 giorni. Prevedeva una serie di esercizi volti a ridurre l’affaticamento e il rischio di lesioni dei cavalli. Infine, la terza parte fornisce indicazioni in merito alle razioni di cibo e acqua da dare all’animale. Non si sa che razze di cavalli venissero selezionati né dove si svolgesse l’addestramento (in Egitto si teneva nei pressi della grande sfinge di Giza). Non si sa nemmeno che tipo di preparazione specifica ricevessero cavalli, aurighi e guerrieri per l’attività bellica, né quali fossero le strategie offensive e difensive usate.  



UOMINI E CAVALLI.  Nei vari regni dell’epoca si sviluppò un’aristocrazia militare di guerrieri che combattevano sui carri, come i maryannu del regno di Mitanni. Questi soldati godevano di una posizione politica e sociale privilegiata: ricevevano in usufrutto dei terreni con cui mantenersi, che potevano lasciare in eredità ai propri figli ma non vendere. Grazie a queste risorse erano in grado di provvedere alle spese per il carro, i cavalli e l’auriga. Gli ufficiali, che nella Babilonia del tempo prendevano il nome di shakrumash, potevano trasmettere il carro e la professione stessa ai propri figli, indipendente dal fatto che questi fossero in grado di guidarli o meno. Il cavallo era il principale animale da traino, anche se inizialmente molti sovrani preferivano usare delle bestie più lente, e quindi meno pericolose, quando prendevano parte alle marce trionfali. In una lettera al re di Mari, risalente attorno al 1775 a.C., si legge: “Non voglia il mio signore montare un cavallo; salga piuttosto su un carro trainato da emioni (asini selvatici) più consono al suo ruolo di re”. Disporre di buoni cavalli era la preoccupazione di ogni monarca. L’imperatore ittita Hattusili III chiedeva a Kadashman-Enlil I, re di Babilonia: “Inviami dei cavalli, degli stalloni giovani e grandi, perché quelli che mi ha mandato tuo padre erano belli ma piccoli, e in ogni caso sono invecchiati” . Va notato che i destrieri dell’epoca erano di dimensioni ridotte rispetto a quelli odierni: raggiungevano un’altezza massima di 1,5 metri al garrese. Si tratta di animali costosi, come di mostra la lettera rabbiosa che il re di Qatna scriveva a Ishme-Dagan I, sovrano di Ekallatum, tra il 1780 e il 1740 a.C.: “Sei un grande monarca; mi hai chiesto quattro cavalli e te li ho inviati. E adesso tu mi mandi solo 20 mine (circa 10 chili) di stagno. Non hai forse ricevuto da me tutto? Come osi mandarmi questa misera quantità di stagno? Se non mi avessi mandato nulla, mi sarei infuriato di meno, per gli dei di mio padre!”. A partire dal XV secolo a. C. fanno la loro comparsa le corazze a scaglie di bronzo per proteggere i guerrieri sui carri e i rispettivi animali. I cavalli ittiti raffigurati nei bassorilievi della grande sala del tempio di Ramses II ad Abu Simbel non hanno una vera e propria armatura, ma c’è un’immagine in cui indossano una banda a placche di metallo, detta sariam. Questa protezione poteva raggiungere i 27 chili di peso, stando all’esemplare rinvenuto a Kamid el-Loz, nell’odierno Libano. Il crollo dell’impero ittita e della sua capitale Hattusa, avvenne attorno al 1190 a.C. in seguito alle incessanti lotte interne per il trono e alle invasioni degli enigamatici popoli del mare, che sconvolsero l’intero Mediterraneo orientale.


Articolo in gran parte di Luis Alberto Ruiz Cabrero, Università Complutense di Madrid, pubblicato su Storica National Geographic del mese di luglio 2018. altri testi e immagini da wikipedia.  

Diversa da tutti - storia della Svizzera

DIVERSA DA TUTTI

La Confederazione elvetica è differente dalle altre nazioni europee, poliglotta, riservata e neutrale. Le ragioni? Nella sua storia

Quattro lingue nazionali, una ricchezza enorme, la neutralità e l’indipendenza come dogmi, il pluralismo religioso, il mito della democrazia diretta in cui solo il popolo
ha l’ultima parola. È la Svizzera, un’”isola” nel cuore dell’Europa, diversa
da tutti gli altri Paesi in particolare per la sua storia.
Nei secoli dopo il Mille, quando a dominare il mondo erano principi e feudatari e andavano formandosi le grandi monarchie in Francia, Inghilterra e Spagna


Patto eterno confederale del 1291
Firma1 agosto 1291
LuogoGrütli
CondizioniNascita della Confederazione Svizzera
PartiUri Uri
Svitto Svitto
Untervaldo
Bundesbrief.jpg.

Il territorio elvetico era ai margini dei
grandi eventi e per questa ragione i
pochi centri urbani (e soprattutto i
villaggi montani) godevano di una certa autonomia. Isolati tra catene alpine, i montanari svizzeri, eredi degli antichi
Elvezi, come li chiamavano i Romani, iniziarono a organizzarsi in comunità per difendere pascoli e terre. “Fu nel Medioevo che nacquero entità collettive
decise a difendere i loro interessi, entità
che possiamo considerare gli embrioni
degli attuali cantoni”, spiega lo storico
svizzero Fabrizio Panzera. Comunità o
cantoni, che dir si voglia, vissero delle
loro mandria e del magro frutto dei loro
orti montani fino a che, tra il 1215 e il
1230, non fu aperta una via che permetteva ai muli e alle merci di
valicare il Passo del San Gottardo.
Con un ardito ponte sospeso, una passerella di assi fissata alle rocce con
catene di ferro, vennero infatti, superate
sul versante settentrionale le impervie
gole di Schollenen.


Lo Statuto Federale viene letto a dei cittadini di Zurigo il 1º maggio 1351, mentre giurano fedeltà ai rappresentanti di Uri, Svitto, Untervaldoe Lucerna (Luzerner Schilling, 1513)



LA CONFEDERAZIONE. Fu un
evento epocale: improvvisamente, i montanari della Svizzera Centrale si ritrovarono sulla via che portava alla ricchissima Lombardia, con la possibilità
di vendere i loro prodotti (carne e
latticini) e fare acquisti nella potente
Milano.
Una piccola rivoluzione che pose le basi della ricchezza degli svizzeri e anche della loro fiera indipendenza: ora che le cose giravano per il meglio nessuno aveva intenzione di lasciare il campo libero a principi e feudatari che guardavano con interesse al controllo del Gottardo. In particolare, gli abitanti dei piccoli cantoni di Uri, Schwyz  (da cui il nome Svizzera) e Unterwalden, i più vicini alla via verso l’Italia, sancirono un patto che li univa in una confederazione giurando di aiutarsi reciprocamente contro i nemici esterni e di non farsi la guerra tra loro.
Secondo la tradizione il patto venne siglato su un prato vicino al lago di Lucerna il !° agosto 1291 ed è considerato l’atto di nascita della Svizzera e anche della propensione, tutta elvetica, a decidere in prima persona, come vuole la democrazia diretta. Ogni decisione, infatti era posta al vaglio delle diete, le assemblee locali che riunivano gli uomini liberi.



VITTORIA! Tre importanti scontri dai quali gli Elvetici uscirono vincitori: la battaglia di Morganten combattuta nel 1315 in cui fu sconfitto Leopoldo d’Asburgo,  la battaglia di Sempach che si svolse nel 1386 tra Leopoldo III d’Austria e la Confederazione; quella di Grandson del millequattrocentosettantasei contro il duca di Borgogna.
Sotto dipinti e stampe  raffiguranti le battaglie. 
Sempach Schlachtfresko.jpgBattle of Morgarten.jpg

Luzerner Schilling Battle of Grandson.jpg


GUERRIERI DEI MONTI. Divisi ma alleati (“tutti per uno e uno per tutti” recita il moto della Confederazione), gli svizzeri si distinsero fin da subito per la capacità di difendere privilegi e diritti, anche con la forza se necessario. Ancora oggi, infatti, la Svizzera è un “popolo in armi”, dove vige la leva obbligatoria per tutti i cittadini, una tradizione guerriera simboleggiata dal mito di Guglielmo Tell (vedi sotto) e sorta proprio dopo la nascita della confederazione.
“Più i signori feudali cercavano di stringerla presa, più le comunità locali si sforzarono di garantire la loro autonomia. I primi a farne le spese della bellicosità dei confederati furono i castelli e le rocche dei diversi nobili locali”, spiega Panzera.
Poi toccò agli Asburgo, casata che alla fine del XII secolo cominciò a controllare la corona imperiale e che considerava la Svizzera parte integrante dell’impero. Fu un braccio di ferro lungo due secoli in cui più volte gli asburgici saggiarono le picche e l’abilità di combattimento delle milizie cantonali. Nel 1315, sul terreno accidentato di Morgarten, nei monti tra Uri e Scwyz, il duca Leopoldo d’Asburgo, forte di un contingente di cavalieri tre volte superiore di numero agli avversari, venne rapidamente sbaragliato e messo in fuga. “Secondo tradizione, l’episodio di Morgarten fu la prima battaglia per l’indipendenza combattuta tra la Confederazione e un momento decisivo per la sue sorti”, spiega Panzera. Anche perché l’esempio di quei contadini male armati ma capaci di suonarle alla cavalleria nobiliare cominciò a far proseliti.
Nel XIV secolo altre comunità e soprattutto le città di Lucerna, Zurigo e Berna, si unirono all’alleanza dei primi tre cantoni tanto che si cominciò a parlare di “Confederazione di Otto Cantoni”. Un tentativi di rivincita degli Asburgo finì in una strage della cavalleria nobiliare il 9 luglio 1386 a Sempach (presso Lucerna), una battaglia che segnò di fatto l’inizio della definitiva estromissione degli Asburgo dall’area svizzera.




formazione della Svizzera fino ai confini attuali.

GUGLIEMO TELL, L’EROE SVIZZERO TRA MITO E REALTA’.


Simbolo della lotta degli Svizzeri contro l’egemonia asburgica è Guglielmo Tell, l’infallibile balestriere celebrato a teatro da Friedrich Schiller e nella musica da Gioacchino Rossini. Secondo la tradizione era un abitante di un paese del canton Uri che un giorno rifiutò di togliersi il cappello di fronte alle insegne degli Asburgo che il balivo locale, il rappresentante imperiale, aveva fatto innalzare sulla pubblica piazza. Tell venne allora condannato a colpire con la balestra una mela posta sopra la testa del figlio per evitare la prigione. Tell, come sappiamo, riuscì nell’impresa, ma l’infimo balivo lo fece comunque imprigionare. Nel racconto il prode balestriere fuggì dalla prigione e punì con la morte l’arroganza del rappresentante imperiale. Si tratta probabilmente di una leggenda nata per cementare l’unità dei cantoni nella lotta contro il grande nemico esterno: l’imperatore.
LIBERTA’. Secondo gli storici fa parte di quella che viene chiamata la “tradizione della liberazione”, storie in cui troviamo perfidi balivi che sottopongono i fieri montanari elvetici a ogni tipo di sopruso fino all’inevitabile vendetta finale. Un eroe così leggendario che alcuni storici lo ritengono frutto di una rielaborazione trecentesca di un’antica saga danese, quella dell’eroe Toko che con un suo tiro colpì appunto una mela.



TANTE LINGUE. I Confederati forti del loro nuovo prestigio militare, cominciarono nel XV secolo, ad allargare le loro mire al di fuori dei bastioni alpini. Sconfissero nelle epiche battaglie di Grandson, Morat e Nancy, Carlo il Temerario, ultimo duca di Borgogna. Si impadronirono così di un immenso bottino e dei territori dell’attuale Svizzera francese. Poco dopo, all’alba del Cinquecento, strapparono al Ducato di Milano il Canton Ticino e alla Confederazione si allearono anche i Grigioni. “La Svizzera aveva di fatto raggiunto i confini attuali, ma soprattutto aveva acquisito un elemento fondante della sua identità attuale: il plurilinguismo. Al tedesco dei primi cantoni, si aggiungevano il francese, l’italiano e il romancio. Le quattro lingue oggi ufficiali in Svizzera”, prosegue Panzera


firma e ritratto di Giovanni Calvino



Nella cattedrale di Losanna (foto sopra) ci una disputa ideologico che si svolse dal 1° all’8 ottobre 1536.

MAI SCHIERATI. Forti delle numerosi vittorie, i Confederati si convinsero di poter sfidare i grandi Stati europei, in particolare la Francia, per il controllo della Lombardia. Ma si sbagliavano. A Marignano (oggi Melegnano, vicino a Milano), subirono una sonora sconfitta che li  indusse nel 1515 a più miti consigli.
“Le guerre moderne necessitavano di forti eserciti e pezzi di artiglieria che solo le grandi monarchie potevano permetterselo”. Gli svizzeri decisero così di concentrare le loro energie militari nella difesa del territorio. E cominciarono a considerare la neutralità come una condizione necessaria per mantenere l’autonomia. Venne imboccata la strada della di una politica di autoesclusione che porta ancora oggi gli svizzeri a vedere come il fumo negli occhi l’Unione Europea e ogni organismo sovranazionale (del resto solo nel 2002 la Svizzera è entrata nell’Onu).  Questa politica ha tenuto lontana la Confederazione dalle grandi guerre europee dell’ultimo secolo mentre, prima ancora, le consentì di sopravvivere alla frattura interna dovuta alla diffusione della Riforma protestante.
 

VOTAZIONI PER ALZATA DI MANO. La Svizzera è la patria della democrazia diretta: la decisione finale su questioni che riguardano la Confederazione, i cantoni e i comuni spetta infatti al popolo, chiamato molto spesso ad esprimere nelle urne il proprio parere. In molti cantoni per diversi secolo la democrazia diretta ha avuto la sua espressione più evidente nelle votazioni per alzata di mano che avvenivano nelle piazze della città. Donne escluse. Questa antica modalità è andata scomparendo nel corso del Novecento ma resiste ancora nel canton Glarona e nell’Appenzell interno, nella Svizzera nord-orientale. Tanta democrazia non ha coinvolto però le donne: basti pensare che qui il voto femminile è stato introdotto solo nel millenovecentosettantuno e, per le questioni locali, in alcuni cantoni è arrivato solo negli anni Novanta del Novecento.

la confederazione dei tredici cantoni 
CantoniAlleati
Uri-coat of arms.svg Canton Uri (1291)
Wappen Unterwalden alt.svg Canton Untervaldo (1291)
Wappen schwyz.png Canton Svitto (1291)
Lucerne-coat of arms.svg Città di Lucerna (1332)
Zurich-coat of arms.svg Città di Zurigo (1351)
Berne-coat of arms.svg Città e Repubblica di Berna (1353)
Zug-coat of arms.svg Città e Canton Zugo (1365)
Glaris-coat of arms.svg Canton Glarona (1388)
Solothurn-coat of arms.svg Città di Soletta (1481)
City of Fribourg-coat of arms.svg Città di Friburgo (1481)
Wappen Schaffhausen matt.svg Città di Sciaffusa (1501)
Bale-coat of arms.svg Città di Basilea (1501)
AppenzellRI-coat of arms.svg Canton Appenzello (1513)
Biel-coat of arms.svg Città di Biel-Bienne (1353)
Valais-coat of arms.svg Repubblica del Vallese (1416)
Coa Abbey Saint Gall.svg Abbazia di San Gallo (1451)
Coa stgallen.svg Città di San Gallo (1454)
Davos wappen.svgWappen Gotteshausbund.svgWappen Grauer Bund1.svg Repubblica delle Tre Leghe (1497)
Wappen Muelhausen.svg Città di Mülhausen (1515/1586 - 1798)
Wappen Rottweil.svg Città di Rottweil (1463/1519 - 1643)
Wappen Genf matt.svg Città di Ginevra (1519)


TUTTI PER UNO. Patria natia di un riformatore come Zwingli e patria d’adozione di Calvino, è stata a lungo scossa da rivalità tra cattolici e protestanti ma, conclude Panzera, “gli Svizzeri non hanno mai fondato la loro identità su un’unica religione, evitando così divisioni laceranti che li avrebbero indeboliti”. L’ultima grande divisione tra cantoni cattolici e protestanti risale alla pirma metà dell’Ottocento; ci fu una breve guerra vinta dalla fazione protestante. Il conflitto non portò nuove divisioni ma a una rinnovata consapevolezza all’insegna dell’”uno per tutti, tutti per uno”. Vennero meno le pretese autonomistiche dei cantoni e nacque la Svizzera moderna basata sulla Costituzione del 1848. la capitale fu fissata a Berna e sorse uno stato federale senza barriere doganali. Ai cantoni restarono ampie funzioni legislative, mentre la competenza sulle principali materie di interesse nazionale (esteri, difesa) venne demandata a istituzioni federali. La neutralità divenne perpetua e la Confederazione si trasformò nel corso del Novecento nel luogo dove rifugiarsi e mettere al sicuro le proprie ricchezze (anche quelle illecite), mentre in Europa infuriava la tempesta del totalitarismo e delle guerre mondiali. Un’isola, e insieme cassaforte, frutto di secoli di politiche scaltre. 




Articolo in gran parte di Roberto Roseda su Focus Storia n. centotrentasette, altri testi e immagini da wikipedia

Catacomba di Domitilla nel segno della tolleranza.

Catacomba di Domitilla.
Nel segno della tolleranza.
Catacombs of Domitila - Rome 2016.jpg
La più grande catacomba di Roma, intitolata a Domitilla, è una testimonianza di come uomini di fedi diverse potessero vivere e morire nel pieno rispetto reciproco. Oggi il suo straordinario patrimonio pittorico è documentato da un progetto condotto con l’ausilio delle tecnologie più avanzate e da un piccolo,  ma prezioso museo.


Con i suoi 12 chilometri di gallerie e oltre 26000 tombe, la catacomba di Domitilla è la più grande di Roma. Nei suoi spazi si snoda la storia del cristianesimo dei primi secoli, insieme con le origini dell’archeologia cristiana, che risalgono proprio agli studi condotti sui suoi cunicoli e sui suoi dipinti. Testimonianze restituite alla visita e che sono state oggetto di una ricostruzione tridimensionale completa ottenuta con la tecnologia laser scanning, aprendo nuove prospettive di studio. In nessun altro luogo è altrettanto evidente come una necropoli, la città dei morti, si sia trasformata, gradualmente, in un cimyterium, il luogo di coloro che dormono, in attesa della Resurrezione. Nelle gallerie, nei cubiculi stessi, anche fra i membri della medesima famiglia, cristiani e pagani stanno gli uni accanto agli altri. I simboli del pesce e dell’ancora, il cristogramma, l’invocazione della pace sono incisi nel marmo delle epigrafi, vicino a sculture greche, scene di caccia e racconti mitologici scolpiti sui sarcofagi.


Cristo insegna agli apostoli, affresco del IV secolo


Identikit di una città sotterranea.
Risultati immagini per mappa delle catacombe di domitilla
                              le catacombe di Roma 

Origine. La catacombe si trova nell’antico praedium Domitillae, attestato in fonti letterarie e ritrovamenti epigrafici. Nella famiglia dei Flavi, nel I secolo, sono documentate due figure femminili col nome di Flavia Domitilla : una è la proprietaria del terreno, moglie del console Flavio Clemente (95); la seconda è la nipote dello stesso console, venerata come martire nel IV secolo. La catacombe è legata al loro nome e alla memoria dei Flavi, fra i quali figuravano diversi cristiani.
Cronologia. Le tombe più antiche risalgono alla tarda età repubblicana e sono state rinvenute bek sopraterra. Il cimitero sotterraneo risale al I secolo dell’era cristiana e ha continuato a svilupparsi fino al VI secolo.
Cifre. La catacombe si estende in corrispondenza di un’area di 10 ettari per oltre 12 chilometri di gallerie, articolate su quattro livelli, con 26 scale tra i piani. Luce e aria vi entravano da 39 lucernari. Vi si contano 228 cubicoli e 650 arcosoli. Complessivamente vi sono ricavate oltre 26000 tombe, di tutte le misure tra neonati e adulti, raggruppati in sette regioni distinte. Fra i nuclei che compongono il complesso, l’ipogeo dei Flavi che risale al III secolo. È composto da una galleria con pareti dipinte, sulla quale si aprono quattro nicchioni che ospitavano i sarcofagi dei membri più importanti della famiglia. Si aggiungevano spazi per i liberti, servi e clientes. Al suo interno vi sono tombe sia pagane che cristiane. Complessivamente sono stati individuate 80 pitture, risalenti a due fasi principali: la prima dell’inizio del III secolo, ancora non cristiana, e la seconda della fine del IV secolo, quando famiglie cristiane benestanti, per l’autorappresentazione, ricorrono a modelli architettonici e figurativi delle chiese del sopraterra, ormai monumentali.
La basilica. In un’area cimiteriale è stata aperta nel IV secolo a partire dalla basilica dei SS. Nereo e Achilleo, per riunire sepolture cristiane adiacenti ai resti dei martiri, per i fedeli che volevano essere accomunati anche nello spazio alla santità della loro resurrezione.
Portata alla luce nel XIX secolo da Giovanni Battista de Rossi, la basilica semipogea, è stata preceduta da due fasi strutturali sotterranee, attualmente non visibili. Un primo vano martiriale risale all’epoca di papa Damaso; la successiva costruzione in elevato, probabilmente, al VI secolo. Sicuramente esisteva all’inizio del successivo, quando Gregorio Magno vi tenne una delle sue omelie. Al suo interno sono stati scoperti i frammenti di un’iscrizione di papa Damaso che conferma l’esistenza dei resti dei due santi, militari e condannati probabilmente perché cristiani durante la persecuzione di Diocleziano. È stato individuato anche un bassorilievo che raffigura la scena dell’esecuzione: un uomo con le mani legate dietro la schiena e dietro di lui un soldato che sta per decapitarlo.
L’importanza. Il complesso della catacombali Domitilla è una testimonianza straordinaria della coesistenza di pagani e cristiani all’interno della medesima koiné classica: nei suoi spazi bui due di visioni della morte e della vita sono espresse con lo stesso linguaggio artistico e figurativo, per arrivare a esiti opposti eppure umanamente vicinissimi. Le sue raffigurazioni dimostrano come la narrazione visiva cristiana abbia preso le mosse all’interno dei codici simbolici greci e romani, mutandone la freschezza e gli accenti più intimistici. Tutti i soggetti e gli schemi iconografici che andranno poi consolidandosi qui vengono sperimentati e ibridati con raffigurazioni diverse: il Buon Pastore, l’Adorazione dei Magi, Cristo e gli Apostoli, Pietro e Paolo.       

ERCOLE EROE DI VIRTU’. Per un lungo periodo tra la fine del II e il V secolo, le de appartenenze religiose hanno convissuto nella stessa società: sensibilità diverse, immagini e racconti si sono sovrapposti e contaminati. La figura di Pan ha finito per identificarsi con quella del Buon Pastore, Ercole che lotta con i mostri è diventato l’emblema delle virtù che i cristiani apprezzavano anche nei pagani, segno della bontà di ogni essere umano e predisposizione all’annuncio del Vangelo. Il passaggio è avvenuto lentamente, da una generazione all’altra, scandito da gesti di offerta e graffiti. I vescovi di Roma, papa Callisto in particolare, hanno sancito la presenza santificanti dei resti dei martiri Nereo e Achilleo, militari che si erano rifiutati di eseguire gli ordini dell’imperatore. Al culto per i morti si aggiunse, così, la memoria devozionale per i testimoni della fede, talmente forte da trasformare le tombe stesse in meta di pellegrinaggio. Si andò rafforzando la consapevolezza devozionale che la comunità dei vivi e la comunità dei defunti, nei vasti spazi della catacomba di Domitilla, fossero unite nella preghiera e nell’attesa della domenica senza tramonto, che tutto trasfigurerà nella dimensione dell’eternità.

Chi era Domitilla?
Umbria Saint Domitilla.jpg
Santa Domitilla 
Scuola umbra, sec. XV 
(Museo Nazionale di Varsavia)
L’area in cui venne scavato il cimitero comune cristiano al II miglio della via Ardeatina è unanimemente attribuita alla proprietà di Domitilla, che l’avrebbe donata alla comunità dei suoi correligionari. Ma chi era questa matrona? Le donne che portavano questo nome legate alla catacomba in realtà erano due. Eusebio di Cesarea nella sua Historia ecclesiastica ricorda che una cristiana, Flavia Domitilla, nipote di Flavio Clemente, console di Roma,era stata deportata sull’isola di Ponza a causa del suo rifiuto del paganesimo. Alla fine del IV secolo Girolamo riferisce che la sua discepola, in viaggio per mare verso la Terra Santa, passando difronte all’isola vide le carceri in cui la matrona aveva trascorso la sua lunga prigionia, longum martyrium, e sentì un tale desiderio di imitarne la virtù che il vento le sembrò troppo lento nel condurre la nave.
Flavio Clemente era uno dei personaggi più in vista della sua epoc e la vicenda di questa sua nipote dimostra che, già alla fine del I secolo, il cristianesimo era penetrato in tutti gli strati della popolazione, anche nell’entourage imperiale. Tuttavia, secondo Svetonio (Vuta Domitinani), lo stesso console era sposato con un'altra Domitilla, figlia di una sorella di Domiziano, poi perseguitata per la sia fede, insieme con il marito. Lo conferma Dione Cassio, scrivendo che l’imperatore tolse la vita a molte personalità eminenti di Roma, tra cui Flavio Clemente che, pure era suo cugino e aveva in moglie una sua nipote.

I PRINCIPI FLAVI.

VESPASIANO--------------DOMITILLA MAGGIORE
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                                |                                |                                        |
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                                |                                |                                        |
                                |                                |                                        |
               DOMITILLA MINORE      TITO------MARCIA        |
                                |                                 |              FURNILLA    |          
                                |                                 |                                       |
 TITO  ---------------- FLAVIA           GIULIA ----------------DOMIZIANO------DOMIZIA
 FLAVIO                  DOMITILLA   FLAVIA                                                    |   LONGINA
 CLEMENTE                                                                                                         |
                                                                                                                       T. FLAVIUS CAESAR

Entrambi furono accusati di ateismo e di aderire alle idee dei Giudei. Dopo la more di lui, lei fu condannata al confino a Ventotene. Alcuni studiosi ritengono che le testimonianze delle due donne si possano sovrapporre. È tuttavia più probabile che invece si tratti davvero di due componenti dello stesso gruppo familiare, le cui vicende dimostrano le diverse modalità di persecuzione nei livelli più alti della società imperiale: alla fine del I secolo il cristianesimo non era individuato come un preciso sistema religioso, ma nella percezione pagana si sovrapponeva all’ebraismo, prestandosi a identificazione con gruppi politici e al coinvolgimento in congiure interne all’elite imperiale, accuse e strumentalizzazioni.           



FINO A QUATTRO PIANI. Proprio per la sia origine composita, l’insieme ipogeo ha una struttura particolarmente complessa: si sviluppa a partire da sette nuclei, in parte ancora pagani. È cresciuto in epoca costantiniana, con un santuario dedicato ai martiri Nereo e Achilleo, poi trasformato in una basilica. Le gallerie sono disposte su più piani, da due fino a quattro. Per la sua importanza, la catacomba è stata oggetto di studi fin dalle origini dell’archeologia cristiana, anche se, fino a tempi recenti, non era stato possibile ricostruirne l’estensione effettiva, né la pianta completa, perché il suo reticolo era (e resta) in parte inaccessibile. Già nel 1632 Antonio Bosio aveva realizzato la pianta di alcune gallerie, allora ritenute parte della catacomba di Callisto, e alcune tavole che raffiguravano gli ambienti noti con pitture murali. Il livello delle sue descrizioni grafiche, con la struttura architettonica dell’insieme, le proporzioni e la distribuzione degli dipinti rispetto agli spazi è rimasto insuperato fino a oggi, sia per la precisione, sia per la razionalità della sintesi di insieme.


PIANTE E ACQUARELLI. Un’altra pianta collegata con immagini interne era stata realizzata nell’Ottocento da Louis Perret, seguita da quella realizzata da Guglielmo Palombi e stamapata da Mario Marubbi tra il 1909 e il 1914. la documentazione delle pitture catacombali ebbe una svolta qualitativa a partire dai foto acquarelli realizzati nel 1903 da Joseph Wilpert: anche i dipinti di Domitilla vennero riprodotti, ma soltanto due terzi di essi erano allora conosciuti. Più tardi, il repertorio di Aldo Nestori (1975) fissava alcuni elementi e, talvolta, la posizione topografica delle scene. La successiva operazione di inventariazione, condotta da Johannes Georg Deckers a partire dal 1987, non ha preso in considerazione il complesso di via Ardeatina, ma ha definito l’obiettivo metodologico principale: il collegamento fra pitture e spazio, fra architetture ipogee e costruzioni monumentali, fra vie di collegamento e complessi catacombali. La campagnadi studi condotta nell’area di Domitilla, prima dall’Università Tecnica di Vienna e poi dall’Istituto Archeologico Germanico a Roma con la direzione di Norbert Zimmermann, si è basata su questi presupposti, raccogliendo così stimoli, tematiche e problemi critici dell’intera tradizione dell’archeologia cristiana romana. La riproduzione virtuale completa delle gallerie e degli ipogei, insieme con l’immensa mole di dati raccolta, è stata la base per i restauri condotti su alcune pitture (cubicolo del Fossere, ipogeo dei Flavi, arcosolio di Veneranda). Non solo: per la prima volta la catacomba viene indagata nella sua interezza in una prospettiva fortemente interdisciplinare, che mette in luce gli aaspetti architettonici, i codici figurativi e simbolici utilizzati nella fase di penetrazione del cristianesimo della società urbana romana, la raffinatezza delle tecniche pittoriche. “La vera novità emersa durante i restauri resi possibili dall’indagine condotta con il laser scanner sono i dipinti del cubicolo in cui è rappresentata l’introduzione di due defunti al cospetto di Cristo maestro tra due santi protettori, forse gli stessi Nereo e Achilleo. Questa scena esprime il contatto che i ‘defunti eccellenti’ vogliono intrattenere con Gesù e con i santi, e quindi, la scelta di farsi seppellire in prossimità dei resti dei martiri” spiega Fabrizio Bisconti, Sovrintendente archeologico delle catacombe per la Pontifica Commissione di Archeologia Sacra, che ha coordinato gli studi. Ecco, di conseguenza, che il santuario, poi trasformato in basilica, è stato elemento aggregatore di tombe di famiglie cristiane, motivo di sviluppo della grande catacomba.
Proprio lo sviluppo storico del complesso, la sequenza dello scavo dei nuclei monumentali e delle gallerie rendono tangibili le origine dl cristianesimo a Roma, nella concretezza corporea e umanissima del rapporto fra la vita e la morte. Il cimyterium che oggi possiamo visitare e leggere con chiarezza, nella sua apertura alla speranza ultraterrena, è la trasposizione ipogea di un’intera società che andava trasformandosi nel profondo, allargandosi a una sensibilità nuova senza privarsi della ricchezza dei valori del mondo classico che si stava lasciando alle spalle.


Articolo in gran parte di Renata Salvarani, pubblicato su Archeo del mese di luglio 2018. altri testi e foto da Wikipedia.