lunedì 8 ottobre 2018

I primi abitanti d’America.

I primi abitanti d’America.
Quando arrivò in America il primo essere umano? Quale cammino seguì per raggiungere l’interno del continente? L’archeologia e il DNA offrono diversi indizi per rispondere a queste domande.

Quando i colonizzatori spagnoli, arrivati in America nel XVI secolo, si resero conto che non erano in Asia (dove pure credeva di essere finito Colombo), ma piuttosto in un nuovo mondo, e si posero molte domande sui suoi abitanti. Chi erano e da dove venivano?
Trovarono la risposta nella Bibbia, cui riconoscevano un valore storico. Per alcuni, come Benito Arias Montano,erano i successori di Noè, il patriarca che secondo il testo sacro aveva salvato l’umanità dal Diluvio. Per altri, come Fra Bartolomé de las Casas, erano invece i discendenti delle tribù smarrite di Israele, di cui si erano perse le tracce dopo l’invasione assira (della stessa opinione fu, due secoli dopo, il grande naturalista Humboldt). Si credette pure che fossero i soppravissuti a un Sappiamo con certezza che gli antenati degli attuali nativi giunsero dall’Asia attraverso un territorio che, dopo il loro passaggio, sarebbe stato ricoperto dalle acque: lo stretto di Bering.

il ponte di Beringia

L'ultima fase di riapertura della Beringia.

Il ponte di terra dello stretto di Bering, anche detto Beringia, era un istmo largo al massimo 1600 km, che ha collegato per vari periodi l'Alaska e la Siberia durante le ere glaciali del Pleistocene.
La Beringia non era ricoperta di ghiaccio grazie ai venti tiepidi provenienti dall'Oceano Pacifico che ne mitigavano la temperatura. Il Mare dei Ciukci, lo Stretto di Bering e la parte settentrionale del Mare di Bering sono tutte zone poco profonde che durante le ere glaciali uscirono allo scoperto.






La grande migrazione dall’Asia.

35.000 anni fa circa.
In Asia si separano i popoli orientali del continente dagli antenati dei primi americani, i quali si dirigeranno verso oriente attraverso il ponte di Beringia.
24.000 anni fa circa.
Il ghiaccio ricopre l’America del nord. Tra questa data e 18.000 anni fa circa la de glaciazione
14.000 anni fa circa.
Si crea un corridoi tra i ghiacciai dell’America del nord. Tuttavia questa regione non diventa abitabile per le persone sino a circa 12.600 anni fa.
11.880 anni fa circa.
Gli esseri umani hanno già raggiunto l’estremità sud dell’America: in quel periodo il sito di Tres Arroyos (Cile), nella Terra del Fuoco, risulta abitato.

UN MONDO DI GHIACCIO. I primi popoli americani giunsero nel continente durante la  l’ultima che colpì il nostro pianeta, iniziata circa 111mila anni fa, e conclusasi 10mila anni fa. In quel periodo, infatti, calarono le temperature ed enormi masse di acqua si ghiacciarono, abbassando così il livello del mare. In ben due occasioni d’America e Asia rimasero unite da una lingua di terra emersa: il ponte di Beringia. Oggi lo stretto di Bering è profondo 50 metri, ma allora il livello degli oceani scese di ben 120 metri e lasciò allo scoperto una vasta regione di migliaia di chilometri quadrati.

La glaciazione Würm in realtà rappresenta l'effetto prodotto dall'ultima glaciazione su una zona specifica come le Alpi o la Sierra Nevada, ma per convenzione essa viene estesa anche a livello globale come l'equivalente di ultimo periodo glaciale, il più recente periodo glacialecompreso nell'attuale era glaciale, avvenuto nel Pleistocene, incominciato circa 110.000 anni fa e terminato all'incirca tra il 9.600 e il 9.700 a.C

Il clima e gli esseri umani.
ROTTE VERSO UN NUOVO MONDO.
Recenti ritrovamenti stanno ridefinendo le nostre conoscenze su quando e come gli esseri umani migrarono per la prima volta in America.
Nel 2014 i progressi dell’analisi del DNA hanno permesso di sequenziale un genoma paleo americano completo nel sito di Anzick (Montana occidentale, Stati Uniti); giunge così la conferma che gli antenati degli odierni nativi americani provengono dall’Asia.
35.000 anni fa circa
ANTENATI ASIATICI.
In questo periodo alcuni popoli provenienti dall’Eurasia e dall’Asia orientale abitano la parte occidentale della Beringia.
25.000-15.000 anni fa.
PARENTESI BERINGIANA.
Una popolazione il cui DNA possiede due terzi di quello asiatico orientale e un terzo di quello euroasiatico rimane isolata nella Beringa. Le mutazioni genetiche producono marcatori di DNA nuovi e unici, corrispondenti a quelli degli attuali nativi dell’America del nord e del sud, ma non a quelli delle genti asiatiche.
16.00 anni fa
ROTTA COSTIERA.
La de glaciazione della costa nordoccidentale del Pacifico apre una rotta migratoria verso l’America. Le prove genetiche suggeriscono che meno di cinquemila individui si disperdono verso il sud.
15.000 anni fa.
RAPIDA ESPANSIONE.
I resti trovati in siti come MonteVerde, in Cile, portano a credere che gli esseri umani migrarono lungo la costa e raggiunsero l’estremità meridionale dell’America del sud in qualche centinaio d’anni.
14.000-13.000 anni fa.
ROTTA TERRESTE.
Circa duemila anni dopo la rotta costiera, si apre un passaggio interno privo di ghiaccio, che faciliterà future migrazioni attraverso il continente.
13.000 anni fa.
MIGRAZIONE INVERSA.
I ritrovamenti archeologici fanno ipotizzare una prevalenza del flusso inverso, verso nord, lungo il corridoio, forse perché quei popoli seguivano animali di taglia più grande. Circa 10mila anni fa, la foresta boreale cominciò a coprire il corridoio, rendendolo meno allettanti per i grandi erbivori.
13.000 anni fa.
CULTURA DI CLOVIS.
I cacciatori sviluppano punte di giavellotto in pietra con scanalature che si diffondono in tutta l’America settentrionale. Per gli archeologi queste “punte di Clovis” diventeranno la prova irrefutabile di un precoce popolamento umano in America. La scoperta delle grotte di Paisley, Monte Verde e del sito di Friedkin, tra gli altri, ha fatto retrodatare la prima migrazione di circa 2.500 anni.

I PRIMI ABITANTI D’AMERICA. Tuttavia non tutta la regione era coperta da un manto di ghiaccio. Tra 25mila e 12mila anni fa alcune zone del ponte di Beringia avevano un aspetto simile all’attuale tundra asiatica: un paesaggio secco e freddo, in cui, però, potevano vivere gli esseri umani e brucavano grandi mammiferi adattatisi all’ambiente, tra cui il mammut e il bisonte antico. Le stesse temperature che provocarono l’abbassamento del livello del mare e aprirono il transito di Asia e America complicarono non poco la vita degli uomini dell’America del nord. Infatti, queste causarono la formazione di due calotte di ghiaccio, il Luarentide e il ghiacciaio della Cordigliera, che coprirono gran parte del territorio impedendo così il passaggio verso l’interno. Ma all’incirca 14.000 anni fa, tra le due calotte emerse un lembo di terra: il corridoio dell’Alberta, che consentì agli esseri umani di circolare.
Questa lingua di terra priva di ghiacci è un elemento chiave per chi crede che il popolamento dell’America venne allora, e non prima. Il corridoio permetteva infatti di raggiungere il centro e il sud degli attuali Stati Uniti, dove si trovano i siti archeologici che avvalorerebbero tale teoria, e dove sono state ritrovate delle caratteristiche punte litiche conosciute come punte di Clovis. Da lì il nome di tale teoria del popolamento tardivo in America: Clovis-first o teoria dei primi Clovis. Tuttavia recenti indagini, guidati dal genetista Eske Willerslev e pubblicate sulla rivista Nature nel 2016, hanno sollevato molti dubbi su questa interpretazione: il corridoio dell’Alberta sarebbe stato abitabile solo 12.600 anni fa, quando vi comparvero le prime piante di cui si sarebbero cibati gli animali cacciati dagli uomini. Poiché tale data è posteriore alle numerose tracce umane presenti in nord America, i primi abitanti del continente non potevano venire dall’interno, ma lungo un altro percorso.

Mappa dell'America che mostra i siti prima della cultura di Clovis.
Clovis, i  cacciatori di mastodonti.
La caratteristica punta di Clovis
Nel 1929 a Blackwater Draw, vicino alla città di Clovis (Nuovo Messico)
 vennero alla luce dei manufatti di pietra che avrebbero dato il nome ai primi gruppi americani. Diversi tratti definiscono quella che alcuni autori chiamano cultura di Clovis, come le punte di Clovis, di grandi dimensioni, intagliate da entrambi i lati e con una scanalatura centrale che doveva facilitare l’attacco all’asta di un’arma simile al giavellotto. Caratteristici di Clovis sono pure l’impiego di ocra rossa, legato tra gli altri usi, al trattamento delle pelli di animale; la fabbricazione di utensili in avorio, come gli aghi, e un’economia specializzata nella caccia di grandi mammiferi: mastodonte, mammut, bisonte antico, caccia che favorì la loro estinzione. La maggior parte dei siti della cultura Clovis si trova in Stati Uniti e Canada.
La megafauna americana – la fine dei giganti.
L’arrivo dei gruppi di cacciatori-raccoglitori in America è strettamente legato alla cattura dei grandi mammiferi e coincide con l’estinzione della megafauna in tutto il pianeta, alla fine delle glaciazioni. In America scomparvero animali come il gliptonte, il bradipo gigante o il mammut. Si estinsero tutte le specie il cui peso superava i mille chili. Alcuni autori legano tale scomparsa ai cambiamenti climatici, mentre altri la imputano all’arrivo dell’uomo, con le sue strategie e le sue tecniche di caccia. I recenti lavori di Bernardo Araujo, che ha studiato su scala mondiale la cronologia dell’estinzione della megafauna, dimostrano che vi incisero sia il clima che la caccia. E anche se il cambiamento climatico ebbe un ruolo importante, la caccia fu la condizione necessaria per l’estinzione.

Mammut colombiano. Con un’altezza di 4 m. fino al garrese e 10 t di peso per gli esemplari più grandi, scomparve circa 10mila anni fa.


Mastodonte. Cacciato in tutta America, quest’erbivoro poteva misurare circa 5 m di lunghezza e 3 m di altezza fino al garrese. I maschi più grandi potevano pesare fino 7 t. scomparve circa 11.700 anni fa.


Toxodon. Questo mammifero visse in sud America e scomparve 11.700 anni fa. Misurava all’incirca 2,75 m di lunghezza e 1,5 m di larghezza


L’AUTOSTRADA DELLE ALGHE. Anche la costa nordamericana del Pacifico subì l’effetto dei ghiacciai, ma in due periodi – tra 24mila e 18mila anni e, successivamente 14mila anni fa – l’abbassamento del livello del mare e il ritirarsi dei ghiacci lasciarono allo scoperto una lunga frangia costiera dal ponte di Beringia lungo la quale potevano muoversi i cacciatore-raccoglitori provenienti dall’Asia.
I gruppi che si avventuravano in quel passaggio costiero potevano disporre di abbondanti risorse mhigway hypothesis ovvero ipotesi dell’autostrada di laminarie: i primi americani avrebbero raggiunto il continente lungo la costa del Pacifico, lontano dai ghiacciai, dove foreste di alghe laminate (kelp), con la loro grande biodiversità, offrivano cibo abbondante ai gruppi dotati dei mezzi necessari per navigare o pescare. L’esistenza di questa rotta costiera  conferma l’ipotesi di un popolamento precoce dell’America: il cosiddetto pre-Clovis, che spiegherebbe l’esistenza in America del Sud, di siti antichi come quello di Clovis o perfino anteriori. L’arrivo dei primi abitanti sarebbe allora avvenuto molto prima di quanto lascino credere i siti di Clovis; forse persino 40mila anni prima. Tuttavia l’innalzamento del livello del mare dopo la fine della glaciazione ha sommerso la maggior parte delle “autostrade”, cosicché i siti più antichi che potrebbero corroborare tale ipotesi oggi sono inaccessibili e buona parte di questi è scomparsa- le datazioni ricavate nei siti dell’attuale costa della California si situano attorno a 12mila anni fa.

Monte Verde: raccoglitori e cacciatori.
Monte Verde 24.JPG
Sito archeologico di Monte Verde
EpocaXIII millennio a.C. circa
I siti di Monte Verde, vicino alla città costiera di Puerto Montt, in Cile, sono una delle evidenze più valide e interessanti del popolamento precoce del Sud America. Gli archeologi che scavano in questo luogo, sotto la guida di Tom Dillehay, hanno ipotizzato sulla rivista Plos One che l’occupazione umana del sito si possa datare tra 18.500 a 14.500 anni fa.
Come in altri siti americani, a Monte Verde si praticava la caccia a grandi mammiferi oggi estinti, come il gonfoterio, imparentato con il nostro elefante. Il ruscello Chinchiuapi inondò la zona e la coprì di sedimenti, favorendo così la conservazione di materiale tra cui piante medicinali e alghe marine, pelli e carni di animali. I ritrovamenti includono elementi di abitazioni in pelle, corde in fibre vegetali e pietre arrotondate, che potevano essere utilizzate con le fionde o le boleadoras.

DATE SUCCESSIVE. Per molto tempo la maggior parte dei ricercatori ha concordato su un popolamento tardivo dell’America, situato perfino attorno a 12mila-11.500 anni fa (lo dimostrerebbero i siti come Blackwater Draw, nel Nuovo Messico, risalente a circa 12mila anni fa). Invece, oggi sono molti i siti archeologici che, in tutto il continente americano, confermano la possibilità di un popolamento anteriore, precedente a Clovis. Tra questi risultano, per esempio, Meadowcroft Rockshelter, negli Stati Uniti (16mila anni fa); Arroyo Seco (14mila anni fa) e Piedra Museo (12.890 anni fa) in Cile. Sono state proposte anche datazioni prossime a 50mila anni fa a Pedra Furada (Brasile), anche se tali dati non sono stati accettati da tutta la comunità scientifica.

Gli ultimi dati: la bambina dell’alba.

Il 3 gennaio 2018 la rivista Nature ha pubblicato un articolo di diversi autori sul genoma di una bambina che visse all’incirca 11.500 anni fa a Upward Sun River, in Alaska. I resti della neonata che morì quando aveva tra le sei e le dodici settimane e che è stata chiamata “la bambina dell’alba”, suggeriscono che circa 35mila anni fa un gruppo di antenati dei primi americani si separò dalle popolazioni originarie dell’Asia. Questi popoli si spostarono verso l’America, e forse all’altezza del ponte di Beringia circa 20mila anni fa i discendenti del gruppo si divisero in altri due: uno, quello di antichi beringiani, cui appartiene la “Bambina dell’alba”, e un altro, quello dei predecessori dei nativi americani.

SONO FORSE VENUTI DALL’OCEANIA? Le più antiche datazioni dei siti sudamericani, come quelli appena menzionati, sono alla base dell’ipotesi su un popolamento dell’America del Sud a partire dalle isole della Polinesia. Ciononostante, i dati forniti dai genetisti si dirigono verso altre ipotesi. I lavori più solidi, accettati dalla comunità scientifica e basati sull’analisi del DNA mitocondriale (che si tramanda di madre in figlio o figlia) e sul cromosoma Y (di padre in figlio), confermano un’origine asiatica dei primi americani. Alcuni popoli americani condividono gli aplotipi (particolari combinazioni lineari di alleli in una determinata regione cromosomica) con gli asiatici, e in particolare con quelli della zona meridionale dell’odierna Cina e del nord del Vietnam; aplotipi simili non si riscontrano però nella parte meridionale di questa regione, dove si trovano le isole della Polinesia. Inoltre gli studi sui polimorfismi proteici hanno permesso all’antropologo Sergio Ivàn Pérez di tracciare una albero che mostra indubbie relazione genetiche tra le popolazioni americane e quelle del nord-ovest e della zona artica dell’Asia.
Sappiamo, perciò, da dove sono venuti i primi americani, ma dobbiamo ancora rispondere a un’altra domanda: quando sono arrivati? Se le genti di Tres Arrpyos vissero all’incirca 12mila anni fa nella Terra del Fuoco cilena, all’estremità meridionale del continente, a più di 15mila chilometri dallo stretto di Bering, quando giunsero in America i loro antenati?



Articolo in gran parte di Ivan Bris Godino università nazionale della Terra del Fuoco, pubblicato su National Geographic del mese di agosto 2018. Altri testi e immagini da wikipedia

Lo scandaloso amore fra la monaca Lucrezia Buti e il frate-pittore Filippo Lippi.

Lo scandaloso amore fra la monaca Lucrezia Buti e il frate-pittore Filippo Lippi.  
Insegnò a Botticelli, stupì signori e principi e fu ammirato dai Medici, Filippo Lippi insomma ebbe tante virtù, tranne quelle richieste dal saio col quale obtorto collo dovette fare i conti. Oggi lo ricordiamo per i suoi meriti artistici, ma nella Toscana del Quattrocento dove visse e lavorò lasciò il segno anche per i pasticci giudiziari e le numerose turbolenze sentimentali. Ma lo scandalo più gustoso di tutti fu anche quello che gli cambiò la vita ed ebbe, incredibilmente, un lieto fine: il suo amore (im)possibile per ima bellissima suora.


autoritratto Filippo Lippi

«Fu fra Philippo gratioso et ornato et artificioso sopra modo: valse molto nelle composizioni et varietà, nel colorire, nel rilievo, ne gli ornamenti d'ogni sorte, maxime o imitati dal vero o finti»
(Cristoforo Landino)
Fra Filippo di Tommaso Lippi (Firenze23 giugno 1406 – Spoleto9 ottobre 1469) è stato un pittore italiano.
Fu, con Beato Angelico e Domenico Veneziano, il principale pittore attivo a Firenze facente parte della generazione successiva a quella del Masaccio. Dopo un periodo iniziale, di stretta aderenza masaccesca, pur arricchita di spunti tratti dalla vita reale, come nelle opere coeve di Donatello e Luca della Robbia, Lippi si orientò gradualmente verso uno spettro più ampio di influenze, che comprendeva anche la pittura fiamminga.
In seguito il suo stile si sviluppò verso una predominanza della linea di contorno ritmica su tutti gli altri elementi, con figure snelle, in pose ricercate e dinamiche, su sfondi scorciati arditamente in profondità. Il suo stile, nell'età laurenziana, divenne predominante in area fiorentina, costituendo le basi su cui pittori come Botticelli cocrearono il proprio stile.
Santa maria del carmine side.JPG

La Basilica del Carmine a Firenze.

 INTRIGANTE.  Nato probabilmente a Firenze agli inizi del Quattrocento, Filippo proveniva da una famiglia senza fortuna. La madre Antonia. Vedova di un macellaio, era talmente povera da beneficiare di un’esenzione speciale delle tasse. Ancora bambino, entrò nel Convento del Carmine di Firenze e nel 1421 – aveva allora circa 14 anni – professò i voti. Che sia stato lui a fare questa scelta è improbabile. All’epoca erano i genitori a decidere la sorte dei figli: alcuni si destinavano al matrimonio, altri (soprattutto i cadetti di entrambi i sessi) a Dio.
Appena arrivato in convento Filippo si attaccò ai pennelli. Giorgio Vasari, nelle Vite de’ più eccellenti pittori, scultori e architettori (1550, ampliate nel 1568) lo descrive “fanciullo molto destro e ingenioso nelle azzioni di mano, ma nella erudizione delle lettere grosso e male atto ad imparare”. Insomma dato che lo studio proprio non gli andava giù, i frati lo istruirono al mestiere più pratico di pittore. I soggetti di Filippo erano soprattutto religiosi: dalle Madonne agli angeli, dai santi alle scene di Annunciazione, il prete dimostrava di avere del talento. Nel Convento del Carmine, in effetti, aveva incontrato Masaccio, il genio che aveva rivoluzionato la prospettiva pittorica con il suo ciclo di affreschi sula vita di san Pietro. Quello che mancava a Filippo, però, erano rigore e organizzazione nel lavoro: era svogliato, si distraeva facilmente e il più delle volte consegnava in ritardo le opere; spesso, inoltre, gli capitava di restare senza soldi. Nel 1439 scrisse direttamente a Piero, il figlio maggiore del signore di Firenze Cosimo de’ Medici, che era uno dei suoi protettori, per battere cassa. In quanto poi ai sotterfugi, Filippo ne sapeva una più del diavolo. Nel 1450, pur di non pagare il suo collaboratore Francesco del Cervelliera, mise in atto una truffa. Quest’ultimo, infatti, lo chiamò in giudizio perché non aveva ricevuto un compenso che gli spettava. Il monaco fece allora una lettera a nome di Francesco, falsificandone la firma, in cui dichiarava che il pagamento era già stato effettuato. L’affare finì male, poiché entra,bi furono torturati – com’era abitudine quando si voleva far parlare qualcuno – e, allo stremo delle forze, il Lippi confessò la sua bravata.


INNAMORATO. Filippo aveva anche un debole per le donne. E la cosa non era un segreto per nessuno. A tal proposito Vasari racconta un episodio divertente, anche se non sappiamo se degno di fede: “Una volta, fra le altre Cosimo de’ Medici, facendoli fare una opera, in casa sua lo rinchiuse perché fuori a perdere tempo non andasse; ma egli statoci già due giorni, spinto dal furore amoroso una sera con un paio di forbici fece alcune liste de’ lenzuoli del letto, e da una finestra calatosi attese per moti giorni a’ suoi piaceri”. Un bel giorno arrivò nella sua vita una donna che gli fece dimenticare tutte le altre. Si chiamava Lucrezia Buti ed era nata a Firenze in una famiglia rispettabile. La storia di Lucrezia non è molto diversa da quella di Filippo: probabilmente su decisione dei genitori, nel 1454, assieme alla sorella Spinetta, si fece monaca nel convento agostiniano di Santa Margherita a Prato. L’artista, che già lavorava a un circo di affreschi nel Duomo di Prato, era stato nominato cappellano di Santa Margherita. Quando nel 1456 ricevette l’incarico di dipingere una tavola per l’altare del convento  (la Madonna della Cintola, oggi al Museo civico di Prato), chiese alle monache di poter ritrarre il volto di Lucrezia nella figura di Santa Margherita, “La qual cosa con molta difficoltà gli concessero”, ricorda il Vasari. Tra una seduta di posa e l’altra, tra il maturo Filippo e la ragazza – avevano trent’anni di differenza – scoppiò la scintilla.


Salomè-Lucrezia Buti negli affreschi di Lippi a Prato

RIBELLE. I primi incontri furono segreti, ma ben presto Filippo fu stanco di nascondersi e convinse Lucrezia a scappare con lui. Durante la processione della Sacra Cintola (la cintura della Madonna, reliquia preziosissima per gli abitanti di Prato), Lucrezia si mischiò tra la folla e corse a casa dell’amato. Ma non rimasero soli a lungo: poco dopo furono raggiunti da Spinetta, la sorella di Lucrezia, e da altre tre monache, che ne avevano abbastanza della rigida vita del convento. Lo scandalo fu presto sulla bocca di tutti e “le monache molto per tal caso furono svergognate”, scrive ancora Vasari. Quel che è peggio è che Lucrezia rimase incinta: partorì un bambino, Filippo (detto Filippino) che come il padre diventerà pittore. Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, episodi di questo genere non dovevano essere rari all’interno dei conventi, dato che spesso i giovani abbracciavano la carriera ecclesiastica solo perché obbligati.
Se per le suore di Santa Margherita la fuga delle consorelle fu uno shock, i grandi del tempo si fecero invece grosse risate. Giovanni, figlio di Cosimo de’ Medici, scrisse al suo rappresentante a Napoli: “Che dello errare di fra’ Filippo n’aviamo riso un pezzo”. Nel dicembre 1459, però Lucrezia e le suore fuggite, forse divorate dai sensi di colpa oppure vittime della pressione della comunità monastica, decisero di far ritorno in convento. L’inversione di marcia fu di breve durata; nel giro di qualche mese caddero di nuovo in tentazione e abbandonarono definitivamente il convento. Per Filippo e Lucrezia si prospettava il lieto fine. Cosimo de’ Medici chiese infatti al papa di proscioglierli dai voti, cosa che, sembra, fu concessa senza problemi. E a quel punto iniziarono a vivere come una normale coppia ed ebbero anche un’altra figlia, Alessandra.



La Sacra Cintola, chiamata anche Sacro Cingolo, è considerata la cintura della Madonna ed è la reliquia più preziosa di Prato, fulcro della religiosità cittadina. È custodita nell'omonima cappella del Duomo.
La Sacra Cintola è una sottile striscia (lunga 87 centimetri) di lana finissima di capra, di color verdolino, broccata in filo d'oro, gli estremi sono nascosti da una nappa su un lato e da una piegatura sul lato opposto (tenute da un nastrino in taffetà verde smeraldo), che la tradizione vuole che appartenesse alla Vergine Maria, che la diede a San Tommaso come prova della sua Assunzione in cielo.



Chiesa di Santa Margherita Prato

SCAPESTRATO. Malgrado ora avesse una famiglia sulle spalle, Filippo non cambiò le sue cattive abitudini: anche negli ultimi anni di vita ebbe fastidi con la giustizia per problemi di soldi. Morì nel 1469, lasciando Lucrezia da sola con due figli a carico. Fortunatamente per lei, Filippino riuscì a rendersi subito indipendente: grazie alle ottime lezioni del padre, fu accettato come apprendista nell’atelier di uno dei migliori allievi che Filippo aveva avuto, Sandro Botticelli, e divenne nel giro di poco tempo un grande artista. Sistemata anche la figlia con un matrimonio vantaggioso, Lucrezia trascorse la vecchiaia a Prato, in una casetta che il figlio le aveva comprato nella piazza principale. Fatto curioso, l’abitazione si trovava proprio di fronte al Convento di Santa Margherita, quel monastero in cui la sua vita, nel bene e nel male, era cambiata per sempre.


Autoritratto Filippino Lippi nell'affresco Disputa di Simon Mago e crocifissione di san Pietro



Articolo in gran parte di Simone Zimbarti pubblicato su Focus Storia n, 140. Altri testi e foto da Wikipedia.

Pancrazio il wrestling degli antichi.

Pancrazio il wrestling degli antichi.
Un combattimento totale, nato dalla mescolanza di lotta e pugilato e diffuso anche sui campi di battaglia. Un confronto senza esclusione di colpi, ma con regole ben n

Nel 1894, quando Pierre de Coubertin codificò le Olimpiadi moderne, la più antica arte di  combattimento totale fu ritenuta troppo violenta per lo spirito dei nuovi giochi; fu così che una delle discipline più antiche e complesse della storia delle arti marziali finì lentamente in una nicchia riservata a pochi appassionati. Si tratta del pancrazio, in greco pan (tutto, tutti insieme) unito a kratos (forza, potere). Un combattimento totale, assoluto, in cui si deve utilizzare tutta la forza che si dispone secondo tecniche codificate, che partono dall’unione delle altre due discipline marziali olimpiche: il pugilato (pygmachia) e la lotta (pale). Il pancrazio venne ammesso fra le discipline dei Giochi olimpici antichi nel 648 a.C., ma per trovarne le origini bisogna andare molto più indietro nel tempo, fino ai campi di battaglia micinei dell’Età del Bronzo. All’epoca, infatti, non esisteva un sistema che permettesse ai combattenti rimasti senza la propria arma di rientrare nelle retrovie, prenderne una nuova, e tornare al fronte per continuare a battersi (come sarà possibile, invece, ai legionari romani), perciò poteva capitare che i soldati si ritrovassero disarmati ancora faccia a faccia con il nemico. Durante uno scontro, perdere l’arma equivaleva a perdere la vita, a meno che non si riuscisse a sopravvivere quel tanto che bastava per raccogliere quella di un morto, rubarla all’avversario o farsela dare una di scorta da un compagno. 

L’origine della palestra.
In Grecia, e poi a Roma, i bambini venivano istruiti fin da piccoli all’arte del combattimento. Nei ginnasi (gymnasion, cioè luogo in cui ci si allena da nudi) si insegnavano svariate discipline, tra cui, appunto, lotta, pugilato e pancrazio. L’importanza della lotta nell’istruzione dei giovani si ritrova nell’etimologia stessa del termine che, oggi indica il locale adibito allo sport in generale: la palestra.
Nell’antichità palaistra indicava la parte del gymnasium dedicata alla lotta, e in generale all’atletica pesante, questo luogo, come scrive Vitruvio (80-15 a.C.), consisteva in un cortile rettangolare circondato da collonati.  Nelle stenze che vi si avvicinavano si potevano trovare tutti gli strumenti necessari all’allenamento, come sacchi e colpitori.

LOTTARE PER VIVERE. A questo scopo, si cominciano a sviluppare tecniche di sopravvivenza per uomini che vivono il combattimento armato come pane quotidiano. La più antica testimonianza iconografica di una scena di pancrazio si trova su una coppa ritrovata a Creta e risalente al 1700-1600 a.C., molto prima della nascita delle Olimpiade greche. Nel corso dei secoli sono molte le raffigurazioni che consentono di scorgere nella tecnica del pancrazio i segni della sua origine militare. L’utilizzo del pugno a martello, ad esempio, ricorda il colpo che veniva scagliato dal’improvvisato pancraziasta sul paragnatide (la parte dell’elmo che proteggeva le guance) dell’avversario, sufficiente a distrarre quest’ultimo o a intontirlo, senza però procurarsi ferite alla mano (come accadrebbe colpendo le nocche).
Con il passare dei secoli, la tecnica andò affinandosi e la disciplina iniziò a essere in tutto e per tutto un’arte marziale olimpica, pur mantenendo la sua connotazione di combattimento totale. Calci, pugni, prese micidiali, proiezioni, gomitate, ginocchiate: tutto era permesso, tranne morsi e accecamenti. Filostrato (172-247 d.C.) scrittore greco, autore anche un’opera intitolata Ginnastica, parla di “tutte le mosse corrette per il pancrazio”, che gli atleti avrebbero dovuto eseguire; molte, infatti, sono le peculiarità che lo differenziano da qualunque altra forma di combattimento antica o moderna, come ad esempio la guardia dell’Arciere (sagittaria), i colpi a martello, le leve alle braccia portate in posizione eretta o la mancanza di schiene a terra nella lotta al suolo. La tecnica era perfezionata e studiata in modo da sfruttare le caratteristiche di ogni struttura fisica, dato che in quasi 1000 anni di storia olimpica non ci furono mai categorie di peso. Inoltre si combatteva a oltranza, a mani nude, in una ripresa unica, senza round né punteggi: l’incontro terminava con la sottomissione di uno dei due contendenti, che poteva essere per ko, oppure per resa.


Due pancratiasti. Gruppo scultoreo romano da originale bronzeo pergameno, conservato nella Tribuna della Galleria degli Uffizi a Firenze



UNO SPORT PER SOLDATI. Il pancrazio non rimase relegato al solo ambiente olimpico, e la sua forte collocazione militare lo portò sui campi di addestramento di opliti, falangisti e legionari. Filostrato racconta di come, nell’epica resistenza dei 300 alle Termopoli, quando ormai lance e spade erano ormai perse o spezzate, pur di non arrendersi al nemico, gli Spartani continuarono a combattere a mani nude, usando proprio le tecniche del pancrazio. La fama di quest’arte marziale , che portava gloria e onore nei Giochi olimpici (e negli altri giochi panellenici), e al contempo migliorava le prestazioni dei soldati, finì per superare i confini della Grecia. Filippo di Macedonia (382-336 a.C.) decise di utilizzarla come addestramento della sua falange, che marciò vittoriosa alla conquista del mondo antico. Voleva usare il pancrazio per avere soldati più resistenti in battaglia, che sapessero affrontare qualunque tipo di sfida e che, all’occorrenza, potessero, appunto, combattere con le mani nude. Con l’espansione verso oriente e la sua politica di integrazione dei popoli assoggettati al dominio macedone, Alessandro portò il pancrazio fino alla valle dell’Indo, insegnandolo all’ingente numero di soldati locali reclutati nel suo esercito, che dovevano essere addestrati secondo le tecniche della falange. Curzio Rufo, storico romano di età imperiale, racconta pancrazista e vincitore dei Giochi olimpici del 336 a.C., abbia sfidato e sconfitto Coragus, uno dei migliori soldati di Alessandro (armato di tutto punto), usando solamente un bastone e le sue doti atletiche, guadagnandosi il rispetto e la stima dello stesso Alessandro. Il pancrazio (con il nome di pancratium) giunse infine a Roma, dove fu incorporato nei ludi e molto apprezzato dei legionari, che lo utilizzarono come parte integrante del loro addestramento. Tutto questo ebbe termine nel 393 d.C. con l’editto dell’imperatore Teodosio, che scrisse la parola fine sulla gloriosa storia dell’atletica antica, almeno finché quest’ultima non venne riscoperta, studiata e riproposta.
Tra le discipline olimpiche, accanto al pancrazio troviamo un paio di altre arti del combattimento: pygmachia e pale, due discipline a sé stanti, ognuna con una storia sulle spalle.


la statua bronzea del Pugile in riposo, conosciuta anche come Pugile delle Terme o Pugile del Quirinale, è una scultura greca alta 128 cm, datata alla seconda metà del IV secolo a.C. e attribuita a Lisippo o alla sua immediata cerchia; rinvenuta a Roma alle pendici del Quirinale nel 1885, è conservata al Museo nazionale romano (inv. 1055).

IL PUGILATO E LA LOTTA. Il pugilato (pygmachia) era presente ai Giochi olimpici fin dal 688 a.C. ed era l’unica disciplina a prevedere l’uso di protezioni, che variarono nel corso dei secoli. Fino al VI secolo a.C. si parla di himantes, fasce di cuoio avvolte attorno alle nocche che lasciavano però libere le dita, per permettere la massima mobilità; dal V secolo troviamo invece gli sphirai, fasce più spesse e più dure sul lato che sarebbe entrato in contatto con l’avversario, grazie a uno speciale trattamento che prevedeva l’affumicatura. Dal IV secolo, infine, furono introdotti i caesti, veri e propri guantoni muniti di fasce e borchie, ben visibili nella statua in bronzo del pugile a riposo, conservata al Museo nazionale romano. Queste protezioni non vennero mai utilizzate per la parte pugilistica del pancrazio, in primo luogo per mantenere quell’identità di arte militare che non scomparve nel momento in cui entrò a far parte del mondo olimpico, ma anche perché le protezioni, di qualunque genere, erano incompatibili con la fase lottatoria, in cui era necessario avere le mani libere per le prese e le proiezioni. Per questo motivo, nei ginnasi e nelle competizioni dei novizi si sviluppò l’akrocherismos, ovvero il pugilato praticato con la mano aperta, dove a colpire era la base del palmo. Questo permetteva di trasformare agilmente il colpo in una presa, per poi passare alla fase di lotta. Anche per il pugilato non esisteva il concetto moderno di punti né di riprese: il combattimento proseguiva ad oltranza, fino alla resa dell’avversario o alla sua totale sconfitta, contrariamente a quanto accadeva nella lotta, dove la vittoria si otteneva dopo aver ottenuto tre punti. Nelle competizioni olimpiche di pale (lotta) veniva assegnato un punto all’avversario ogni qualvolta un atleta poggiava a terra la schiena, o anche solo l’anca o la spalla. La lotta fu il più antico sport da combattimento a essere inserito nei Giochi olimpici, nel 708 a.C., ben prima degli altri due sport. L’origine di questa disciplina affonda le radice nel mito. Si natta infatti che il celebre eroe ateniese Teseo abbia sconfitto il Minotauro, essere mostruoso metà uomo e metà toro, proprio con un combattimento di pale, dopo aver raggiunto il centro del labirinto grazie all’aiuto di Arianna e del suo celebre filo. Il corrispondente mitico della lotta è necessariamente Eracle (Ercole), simbolo per eccellenza della forza dell’uomo e della sua volontà di diventare eroe. Non a caso, lo stesso Eracle sarà in seguito l’eroe venerato dai gladiatori. Nella prima delle sue 12 fatiche, il figlio di Zeus affronta il terribile leone di Nemea, invulnerabile ad ogni arma ma sconfitto con le sole mani e le tecniche della lotta che portano Eracle a sottometterlo e a strangolarlo. Anche gli eroi omerici ben conoscevano e utilizzavano queste arti marziali. Quando, nel XXIII canto dell’Iliade, vengono descritti i giochi in onore di Patroclo, subito dopo la corsa dei carri (considerata la gara più spettacolare in assoluto) vengono citati, nell’ordine, combattimenti di pugilato e lotta, in cui gli Achei si sfidano per onorare la memoria dell’eroe defunto.

Arrachion: strana storia di una vittoria.
Nelle competizioni agonistiche, si sa, vincere è la cosa più importante: ogni atleta è spinto dal desiderio di prevalere e conquistare gloria e onore. Così era anche per Arrachion  pancrazista vincitore della 52a Olimpiade, svoltasi nel 572 a.C. Non ancora soddisfatto, quattro anni dopo l’atleta si presentò a Olimpia per difendere il suo titolo.
Pausania e Filostrato ci narrano il suo combattimento, poi passato alla Storia. Bloccato in una morsa che gli avvolgeva il collo, pur di non arrendersi. Quando però i giudici alzarono il braccio dell’atleta per decretarlo nuovamente vincitore, si accorsero che era morto soffocato. Ciò tuttavia, non lo privò del titolo: il suo corpo fu incoronato d’alloro e venne una statua in suo onore nella città di Phigalia, sua patria d’origine.
Articolo in gran parte di Elisa Filomena Croce pubblicato su Civiltà Romana, bimestrale di storia della Roma grandiosa, Sprea editori. Altri testi e foto da wikipedia.