giovedì 13 settembre 2018

La battaglia di Salamina

La battaglia di Salamina.
LA VITTORIA CHE CAMBIO’ IL MONDO.

Fu uno dei scontri più cruciali di sempre. Se i Persiani non fossero stati sconfitti dai Greci, la regione ellenica e il Mediterraneo avrebbero acquisito un’identità differente sotto l’influenza orientale.


La flotta persiana si apposta fuori dallo stretto, mentre quella ateniese è ancora ancorata sulle coste di Salamina
La flotta persiana entra nello stretto di Salamina o la notte prima della battaglia, come detto da Aristide, o il mattino prima dello scontro (per approfondire, vedi le varie ipotesi sullo schieramento della flotta persiana)


Dopo che i Corinzi si sono allontanati verso nord, i Greci sfondano la linea persiana e dividono l'esercito avversario
Mentre i Corinzi stanno facendo ritorno, un'azione combinata di Ateniesi ed Egineti infligge seri danni ai Persiani in disordinata fuga verso il Falero


La battaglia che si combatté di fronte a Salamina, nelle acque dell’Egeo, il 23 o il 24 settembre del 480 a.C. è stata universalmente giudicata una delle più importanti di tutti i tempi. La maggior parte degli studiosi ha sempre ritenuto, infatti, che se quel giorno le forze della lega panellenica non fossero riuscite a fermare le preponderanti armate del re persiano Serse I, la storia d’Europa sarebbe stata assai diversa: anziché infatti, gettare i presupposti che avrebbero favorito il clima di libertà delle poleis, culla dell’arte e del pensiero greco poi irradiatosi in Occidente, la conquista persiana della Grecia avrebbe portato l’intera regione ellenica e buona parte del Mediterraneo sotto diretta influenza orientale, con conseguenze incalcolabili e, comunque, determinando la formazione di un’identità del tutto differente da quella che invece conosciamo.

Salamis.png

 Immagine satellitare dell'isola di Salamina: lo stretto è lo specchio d'acqua che si trova al centro, dei cui accessi quello di destra fu teatro dello scontro.


Busto di Temistocle, capitano della flotta greca 

Temistocle del demo di Frearri (in greco antico: Θεμιστοκλῆς, Themistoklês, "Gloria della legge"[1]; Atene, tra il 530 e il 520 a.C. – 459 a.C. circa) è stato un politico e militare ateniese.

Tra i primi politici di spicco della giovane democrazia di Atene, condusse una politica a favore del popolo, ricevendo perciò il supporto delle classi meno abbienti della città, e generalmente in contrasto con le famiglie nobili. Elettoarconte nel 493 a.C., fu l'artefice della potenza navale di Atene, la cui flotta diventerà la più grande e potente di tutta l'antica Grecia.

UNA MINACCIA INCOMBENTE. La battaglia di Salamina fu uno degli episodi chiave della seconda guerra persiana, che seguiva il fallimentare tentativo, iniziato da Dario I pochi anni prima e infrantosi nel 490 a.C. a Maratona, di sottomettere l’Ellade al potere achemide. Morto Dario, il figlio Serse ne ereditò il progetto e la missione e nel 480 a.C. si preparò a invadere la Grecia alla testa di un immenso esercito, quantificabile intorno alle 700.000 unità ma da alcuni studiosi moderni portato, decurtando un po’ le cifre fornite dallo storico greco Erodoto, principale fonte relativa agli eventi, a superare il milione e mezzo di uomini.
Nella primavera del 480 a.C. l’armata persiana attraversò l’Ellesponto e marciò in direzione della Tessaglia, attraversando la Tracia e la Macedonia. Gli Ateniesi, temendo l’arrivo dei nemici, già da due anni stavano preparando, per volontà del generale Temistocle, una flotta ma il numero di uomini e di risorse non era certo sufficiente per sperare di far fronte allo sterminato esercito persiano. Alla fine del 480 a.C. si tenne a Corinto una grande riunione dei rappresentanti delle poleis greche: delle circa settecento città-stato, solo un decimo mandò i propri legati. Alcune città (la più importante fu Argo) nel frattempo si erano arrese o sottomesse all’incombente nemico ormai alle porte, mentre la maggior parte (tra cui Tebe) non superò lo scetticismo imperante  e preferì restare neutrale in attesa dell’esito dello scontro, che propendeva sulla carta decisamente a favore dell’invasore. L’assemblea di Corinto, a ogni modo, si chiuse con 31 poleis, tra cui Atene e Sparta, che accettarono di unirsi in una lega superando le reciproche diffidenze e i conflitti che spesso caratterizzavano lo scenario politico locale. Anche Egina, isola con cui Atene aveva in corso una contesa commerciale, alla fine aderì alla coalizione.

Erodoto il maggior commentatore della battaglia di Salamina


IN ATTESA DEL NEMICO. l’avanzata terreste di Serse fu, inizialmente, fermata dalla valorosa resistenza del re spartano Leonida nello stretto passaggio delle Termopili, che insieme a un piccolo esercito riuscì, pur finendo massacrato, a rallentarne un po’ l’azione; poi però, aggirato l’ostacolo attraverso un sentiero di montagna e avuta ragione della retroguardia greca, l’esercito persiano poté gettarsi sulla Beozia e l’Attica e arrivare ad Atene, incendiando la città e massacrando i pochi che non avevano voluto evacuare sulla dirimpettaia isola di Salamina, situata nell’attuale golfo Saronico. Mentre le forze di Serse dilagavano sulla terraferma, la sua flotta veniva fermata presso Capo Artemisio da quella panellenica: quest’ultima, però, una volta giunta la notizia della disfatta alle Termopili dovette ripiegare al sud verso Salamina. Nel tentativo di contenere la pressione nemica, i Greci furono inoltre costretti ad allestire una seconda linea difensiva all’altezza dell’istmo di Corinto, che venne fortificato per chiudere al nemico la via del Peloponneso; e lì in effetti molti greci volevano ripiegare anche con la flotta, credendo più saggio avvicinarsi all’esercito terrestre in quanto ritenevano troppo esposta la posizione di Salamina. A ciò si oppose fermamente Temistocle, il qule non poteva certo permettersi di lasciare alla mercé del nemico gli ateniesi rifugiatisi sull’isola. le navi elleniche, dunque, rimasero ferme a Salamina e qui attesero la battaglia ormai imminente, anche perché i Persiani avrebbero dovuto cercare presto lo scontro se volevano procedere con la conquista, essendo estremamente problematico pensare di mantenere un esercito così numeroso lontano dalla base con l’autunno alle porte.
Relief of Xerxes at Doorway of his Palace, Persepolis, Iran.jpg

Serse I (in greco antico: Ξέρξης, trasl.: Xérxēs, in persiano antico: 𐎧𐏁𐎹𐎠𐎼𐏁𐎠, Khšāyāršā, lett. "regnante sugli eroi";519 a.C. – 465 a.C.) è stato re di Persia e di Egitto dal 485 a.C. al 465 a.C. Viene generalmente identificato con il re persiano Assuero nel libro biblico di Ester, una delle sue mogli.

Le tre fasi della battaglia.
Lo schieramento. 
I persiani inviano una parte delle navi alleate egiziane a posizionarsi dalla parte opposta dell’isola, così da bloccare un’evenutale fuga nemica. La flotta viene invece schierata su tre linee in questo modo: sulla destra (più vicina alle coste dell’Attica) i navigli fenici, a sinistra (dalla parte di Salamina) quelli ioni, al centro le navi cilicie, licie e il resto delle imbarcazioni egizie. I Greci schierano invece su due linee sulla destra le navi spartane e corinzie guidate da Euribiade, mentre il resto della flotta, comandata da Temistocle, vede al centro i vascelli di Megara e Calcis e sulla sinistra, verso la riva dell’Attica, le triremi ateniesi.

Fase 1 – L’attacco persiano.
I Persiani attaccano entrando nello stretto. I Greci arretrano leggermente per raggiungere una posizione più vantaggiosa e attendere il favore della brezza mattutina. Poi, però, secondo la leggenda perché esortati dalla visione di una divinità, invertono la rotta.

Fase 2 – L’attacco greco.
I Greci attaccano speronando le triremi persiane con i rostri, e ne rovesciano e affondano parecchie. Le acque iniziano a ricoprirsi di relitti e uomini in mare, rendendo difficoltose se non impossibili le manovre della flotta nemica, che si trova imbottigliata a causa dell’esiguità dello spazio a disposizione e dei detriti.

Fase 3 – La vittoria greca.
Le navi persiane ancora integre, ormai completamente bloccate e circondate da quelle greche, vengono assaltate dalla fanteria oplitica imbarcata, che abborda i navigli e vi sbarca dando vita a furiosi corpo a corpo. Alcune navi di Serse si ritirano. Al termine della battaglia, i persiani hanno perso circa 200 triremi, gli elleni solo 42. serse è costretto a ritirarsi e il suo piano d’invasione e conquista della Grecia fallisce.


La Olympias, ipotesi congetturale di ricostruzione di una trireme ateniese. Museo della marineria antica al porto del Falero.

Risultati immagini per trireme greca periodo classico

LE FORZE IN CAMPO. In base alle fonti antiche, Temistocle aveva a disposizione 310 navi (secondo Eschilio, che prese parte alla battaglia e dedicò alcuni versi all’evento nella tragedia I Persiani) a 380 (cifra fornita invece da Erodoto nelle sue Storie); di queste la maggior parte – circa 130, ma per Erodoto addirittura 180 – erano ateniesi. Si trattava in massima parte di triremi, ossia di navi con tre file di rematori disposte sulle due fiancate dello scafo, ma erano presenti anche alcune pentecontere, caratterizzate dalla presenza di 50 vogatori disposti in un unico ordine, 25 per lato, sui due fianchi. Serse dal canto suo poteva contare su una quantità di navigli di molto superiore, pur volendo considerare simbolico (ed eccessivo) il numero di 1000, più 207 più veloci delle altre, la stima oggi maggiormente accettata delle forze messe in mare dai persiani si aggira dalle 600 alle 800 triremi, oltre alle navi da trasporto. Molto difficile stimare le forze di fanteria imbarcate, che potrebbero ammontare rispettivamente a circa 22mila unità per i Greci (si trattava di opliti armati in maniera pesante) e dai 75mila ai 200mila per i Persiani. Il comando della flotta greca era stato formalmente assegnato dalla lega panellenica allo spartano Euribiade, tuttavia il capo de facto si rivelò Temistocle anche perché gli Ateniesi avevano fornito, come accennato il maggior numero di navi alla spedizione.

LIBERARE LA TERRA DEI PADRI. Nell’ultima decade di settembre, l’armata persiana partì dal porto ateniese del Falero ed entrò, nottetempo, nello stretto che separa l’isola di Salamina dalle coste dell’Attica. Le navi si posizionarono lungo una linea che dall’isola ora di San Giorgio si estendeva verso il promontorio di Cinosura, accerchiando così virtualmente la flotta greca posta nella baia di Ambelaki. Una parte delle navi di Serse si dispose poco oltre, tra Salamina, l’isola di Psttallia e la costa attica, in modo da chiudere ogni via di fuga, così come un altro gruppo di navi, che facevano parte del contingente egiziano alleato, fu inviato dalla parte opposta a serrare il Canale di Megara. I Greci si accorsero tardi che i Persiani erano in posizione di 
combattimento, ma anziché perdersi d’animo si schierarono a loro volta. All’alba del giorno 20 boedromione – il terzo mese del calendario attico – ossia secondo le ipotesi più accreditate il 23 o 24 settembre 480 a.C. la battaglia iniziò con gli elleni intonanti il loro inno di guerra, che secondo Eschilo suonava così: “Avanti, figli della Grecia, liberate la terra dei padri, liberati i vostri figli, le vostre donne, gli altari dedicati agli déi dei vostri avi, e le tombe dei vostri antenati: ora c’è la guerra per tutte le cose”. I Persiani si stupirono del coraggio dei nemici ma confidarono sulla loro schiacciante superiorità numerica: tanté che Serse, certo della vittoria, aveva addirittura fatto allestire il proprio trono sulla cima di una collina costiera per godersi in santa pace lo spettacolo. I Persiani invece dovettero accorgersi ben presto che il loro numero soverchiante, lungi dal costituire un vantaggio, in realtà li penalizzava: lo spazio a disposizione nel braccio di mare, infatti, era troppo stretto e i margini di manovra inesistenti per così tante navi tutte insieme, sicché le stesse rischiavano continuamente di cozzare le une contro le altre ancora prima di arrivare a misurarsi con gli avversari. La situazione, insomma, era simile  a quella che via terra Serse aveva sperimentato alle Termopoli: i suoi erano in tanti, ma rischiarono di rimanere schiacciati in uno spazio angusto che ne vanificava il vantaggio numerico. Sulle prime i Greci arretrarono leggermente, vogando all’indietro forse per poter raggiungere una posizione ritenuta più vantaggiosa, ma poi – leggenda vuole per la comparsa di una divinità femminile che li esortò a procedere – decisero di avanzare e attaccare il nemico con tutta la forza che disponevano. Le triremi greche furono spedite in avanti e affondarono i loro rostri negli scafi nemici, in alcuni casi ribaltandoli, ma il più delle volte creando danni tali causandone il rapido affondamento. In questo modo le triremi greche non solo neutralizzarono l’offensiva della prima linea avversaria, ma causarono un vero e proprio ingorgo di vascelli semidistrutti che impedirono alle sopraggiungenti seconda e terza linea persiana qualsiasi margine di manovra. Procedendo, i vascelli di Serse si trovarono imbottigliati nella mischia: i Greci ebbero così buon gioco ad affondarli oppure ad abbordarli, facendovi sbarcare i propri opliti e ingaggiando con la fanteria persiana furiosi combattimento corpo a corpo. I più animosi in battaglia furono proprio gli Ateniesi, i quali avevano l’intenzione di vendicare la loro città distrutta e i propri concittadini massacrati dagli invasori, per cui gettarono il cuore oltre l’ostacolo e si batterono come leoni.
Diekplous vs. abbordaggio.
Una delle tattiche più utilizzate nelle battaglie navali antiche era il diekplous, adottato in questo periodo dai Persiani e in parte dai Greci dell’Asia.  Si trattava di un attacco a colonna compiuto nei confronti della linea centrale nemica: la nave capofila, una volta raggiunto il naviglio avversario, anziché puntarlo direttamente per speronarlo virava all’improvviso  passando di fianco allo scafo e ne tranciava i remi. A questo punto, immobilizzata, la nave colpita poteva essere speronata da quella seguente. Per eseguire efficacemente questa complessa manovra era necessario possedere rematori ben addestrati e perfettamente sincronizzati, e soprattutto un naviglio abbastanza leggero e manovrabile. Le navi greche impiegate a Salamina erano troppo onuste per usare questa tattica e optarono per lo speronamento, che viceversa risultava più efficace grazie al maggior peso dello scafo lanciato. Il tonnellaggio superiore garantiva anche una miglior resistenza ai venti e ne caso la nave venisse speronata  a sua volta. La ragione della grande stazza delle triremi greche dipende, probabilmente, dalla presenza a bordo degli opliti, che erano fanti armati in maniera   pesante.

UN’INCREDIBILE SCONFITTA. Vistasi a quel punto quasi perduti, i navigli della Fenicia e di Cipro iniziarono a ritirarsi verso il Falero. Secondo lo storico Diodoro Siculo, la ritirata delle unità che erano ritenute le migliori scatenò il panico nello schieramento persiano e l’emulazione degli altri navigli superstiti, che dunque si diedero alla fuga in maniera disordinata, secondo Erodoto addirittura lottando e ostacolandosi tra loro. Molti di essi, tuttavia, furono intercettati e neutralizzati dalle navi di Egina, che si erano mosse a sbarrare loro la strada. Le sorti della battaglia furono così segnate. Al termine dello scontro, Serse aveva perso circa 200 triremi, mentre sul fronte greco i navigli affondati erano soltanto una quarantina. Moltissimi Persiani, inoltre, stando ad Erodoto, erano affogati durante le  fasi di speronamento perché, a differenza dei Greci che, pur caduti in mare si salvarono a nuoto, non sapevano nuotare. Il re persiano non volle assistere fino in fondo alla propria incredibile sconfitta: quando si era accorto che la battaglia era persa, aveva lasicato il suo trono per rientrare al campo e meditare il da farsi. La déblache di Salamina inflisse un duro colpo al prestigio del sovrano e lo indusse, dopo le successive e altrettanto decisive sconfitte a Platea e Micale (479 a.C.), a rinunciare a ogni proposito di conquista della Grecia.

Articolo in gran parte di Elena Percivaldi  pubblicato su LE GRANDI BATTAGLIE NAVALI editore Sprea. Altri testi e immagini da Wikipedia.





Un duello per l'India - come l'India andò agli inglesi

Un duello per l’India.
Il 1757 è l’anno di nascita dell’India britannica. Ecco come gli inglesi spazzarono via le ambizioni dei francesi.

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il Generale Robert Clive

Maggior generale Robert Clive, primo Barone Clive di Plassey (Market Drayton, 29 settembre 1725 – Londra, 22 novembre 1774), fu pari d'Irlanda e governatore del Bengala. Conosciuto anche col cognome di Clive d'India, fu uno tra i principali ufficiali inglesi che stabilirono la supremazia politica e militare della Compagnia britannica delle Indie orientali nel Bengala. Assieme a Warren Hastings egli è considerato una delle figure chiave per la creazione del British Raj. Egli fu inoltre un membro Tory del Parlamento di Gran Bretagna.

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Ritratto eseguito da Nathaniel Dance. Sullo sfondo è visibile la Battaglia di Plassey, uno dei suoi più grandi trionfi militari in India.
Quel 23 giugno del 1757, l’afa che preannunciava l’arrivo dei monsoni rendeva l’aria irrespirabile. Le truppe britanniche al comando di Robert Clive, funzionario della Compagnia delle Indie Orientali dalle insospettate doti militari, si erano accampati nei boschi di manghi intorno al villaggio di Plassey, a 150 km. da Calcutta. Era un contingente esiguo , appena 3mila uomini con otto piccoli cannoni, ma pronto a combattere contro l’esercito franco-indiano del nawab Siraj ud-Daula, forte di 50mila soldati e una quarantina di cannoni. Gli esiti di quella battaglia sembravano scondati, finché non si scatenò una pioggia torrenziale che bagnò la polvere dei francesi ma non quella degli inglesi, che Clive aveva fatto proteggere con teli impermeabili. L’artiglieria del nawab era fuori uso, mentre il fuoco inglese non dava tregua alle linee franco-indiane. A far de finitamente pendere la bilancia a favore degli inglesi, fu però un tradimento, quello del principale comandante indiano, Mir Jafar, che ritirò i suoi uomini provocando il tracollo dell’armata indiana e la fuga di Siraj. Clive in poche ore spazzò via la resistenza dei reparti superstiti e degli artiglieri francesi. Soltanto in seguito si scoprì che Jafar si era accordato con Clive per allontanare le truppe al momento decisivo, ottenendo in cambio di diventare il nuovo nawab di un governo fantoccio degli inglesi.
Quel giorno nasceva l’impero indiano di Sua Maestà e Robert Clive diventava un eroe, come spiegò Thomas Macaulay, grande storico dell’epoca vittoriana. La battaglia di Plassey aveva consegnati ai britannici “il più bel gioiello della corona”.
 

Il piano della battaglia di Plassey, combattuto 23 giugno 1757 dal colonnello Robert Clive, contro il Nawab del Bengala. Raffigurazione del campo di battaglia, con le spiegazioni di movimenti di truppe.

CENERI DI UN IMPERO. La contesa tra Francia e Inghilterra in quell’area era cominciata in realtà circa vent’anni prima, quando si era sbriciolato l’Impero moghul e si erano svincolati i principi indiani del Carnatico, la regione dell’India Meridionale che oggi coincide con lo Stato del Karnataka. Se prima gli europei si erano contesi il favore dei potenti imperatori islamici della dinastia moghul e dei ricchissimi nawab (presto italianizzati in nababbi) indiani, ora le Compagnie delle Indie Orientali francese e britannica si facevano una concorrenza spietata. Quella inglese era più antica, più ricca e aveva radici profonde nella vita indigena. Ma i francesi avevano fondato basi militari e portuali nel Bengala, andando a ostacolare gli inglesi nel commercio delle spezie e del cotone. La compagnia francese rafforzò il suo controllo sul Carnatico stringendo alleanze con i governanti locali: le truppe al comando del governatore generale Joseph Dupleix riuscirono a conquistare il territorio di Madrax (l’attuale Chennai) e a impossessarsi anche di sei provincie del Deccan, ma furono i britannici ad avere la meglio, grazie alla loro flotta che sventò gli ambiziosi progetti di Dupleix.
Con il trattato d’Aquisgrana che nel 1748 mise fine alla Guerra di successione austriaca che aveva coinvolto mezza Europa, gli inglesi ottennero di nuovo il controllo di Madras e di lì a poco il tito di nawab del Carnatico andò al loro alleato Muhammad Alì Walajah.

Dagli affari alla conquista.
La presenza britannica in India ebbe inizio alla fine del XVI secolo, quando la regina Elisabetta I concesse la patente regia per la costruzione della Compagnia delle Indie Orientali, cui fu garantito il monopolio dei commerci inglesi delle spezie nell’estremo Oriente. Formalmente era una società per azioni composta da investitori che compravano quote di spedizioni commerciali, ma in breve tempo divenne una delle prime multinazionali della Storia, dotata anche di un esercito e di una flotta privati al servizio di Londra.
 Anche Francia e Olanda avevano istituito compagnie simili per i commerci d’oltremare in altre parti del mondo, dall’America all’Africa. Ma per assicurarsi i profitti in terre lontane, straniere e spesso ostili, era necessario conquistarsi partner e permessi. E poiché tutte le compagnie europee erano in competizione per gli stessi mercati, i loro rappresentanti si davano da fare con i governanti locali per migliorare la loro posizione con promesse, favori e mazzette, senza disdegnare l’uso della violenza.


La bandiera d'origine della Compagnia con nell'angolo la croce di San Giorgio


l'India dopo la battaglia di Plassey

BRACCIO DI FERRO. Mentre al sud infuriava la battaglia tra francesi e britannici per la supremazia, a nord, nel Bengala, la più ricca provincia del vecchio impero moghul, un nuovo ostacolo si frapponeva al commercio britannico. Il nawab Suraj-ud-Daula, alleato con i francesi, aveva iniziato una politica antibritannica. Nel 1756, appena salito al potere aveva attaccato Calcutta, avamposto della compagnia nella regione, catturando un centinaio di soldati che morirono quasi tutti nelle sue sovraffollate prigioni, talmente terribili da essere soprannominate “il buco nero di Calcutta”.
Per vendicare le perdite e recuperare il controllo della città, la compagnia britannica incaricò il colonnello Robert Clive di riconquistarla, prima di risalire a nord e imporsi sui francesi nella decisiva battaglia di Plassey, nel giugno dello stesso anno. “Non è un caso se il 1757 è considerato convenzionalmente l’anno d’inizio della storia dell’India britannica. Con la battaglia di Plassey la Compagnia delle Indie Orientali si affermò vittoriosamente e irrevocabilmente come potenza militare e di governo nei domini moghul. Plassey ebbe un’importanza fondamentale per la compagnia, perché permise di coniugare le conquiste territoriali con il commercio”, spiega la studiosa americana Maya Jasanoff, autrice del libro La Compagnia delle Indie (edizione il Saggiatore).

L'imperatore mughal Shah Alam II, prigioniero della Compagnia britannica delle Indie orientali, 1781

NUOVO ASSETTO.  La vittoria di Clive arrestò l’espansione francese nel Bengala: le sue truppe si imposero su un territorio più vasto dell’intera Gran Bretagna e la struttura del potere moghul fu definitivamente spazzata via insediando un sovrano fantoccio manovrato dalla compagnia. Alcuni anni dopo Clive consolidò inoltre la propria vittoria ottenendo dall’imperatore il diwani, ovvero il diritto di riscuotere il getti fiscale del Bengala. Ormai la compagnia britannica delle Indie Orientali non era solo una società mercantile, ma assunse di atto anche la funzione di Stato. I possedimenti britannici in India erano poi destinati a ingrandirsi a dismisura al termine della Guerra dei Sette anni (1756-1763), quella che è considerata da alcuni storici la primissima guerra mondiale e che assegnò agli inglesi il resto dell’impero coloniale francese.
“Le ambizioni francesi in India continuarono per decenni a covare sotto la cenere. Invece di mettere fine alla rivalità franco-britannica o far pendere l’ago della bilancia definitivamente a favore della Gran Bretagna, la Guerra dei Sette anni aprì un nuovo capitolo nella storia dei due imperi, portando a focalizzare l’attenzione sull’Oriente come luogo di brame imperialistiche”. Conclude Jasanoff.

IRRIDUCIBILI. La Francia cercò ancora a lungo di ostacolare l’espansione britannica in India, dapprima alleandosi con i governanti dei regni di Mysore che non volevano sottomettersi ai britannici, poi con l’ultima battaglia della Rivoluzione Americana, che nel 1783 impegnò la flotta inglese e quella francese a Cuddalore, nelle Indie Orientali. Con il Trattato di Versailles – che quell’anno stesso concluse il conflitto – i britannici consolidarono la propria supremazia sugli antichi rivali d’oltremare e fecero diventare l’India il pilastro geopolitico del loro impero in Oriente. Alla fine del ‘700 Londra regnava ormai sull’intera India Orientale e Meridionale, da Bombay a Madras, dal Bengala all’Orissa.


Articolo in gran parte di Riccardo Michelucci pubblicato su Focus storia n. 141, altri testi e foto da Wikipedia.

Dentro le piramidi

Dentro le Piramidi.
Le piramidi egizie hanno affascinato per secoli viaggiatori ed esploratori, che sono penetrati al loro interno per svelarne i segreti. Oggi, grazie alla tecnologia, gli archeologi sanno molte più cose su questi antichi monumenti di pietra.

Asterix, Obelix e Panoramix entrano nella grande piramide e si perdono nel dedalo di corridoi progettato dai perfidi architetti del faraone. Fortunatamente Idefix, il cagnolino di Obelix, entra a cercarli e li li conduce in salvo. Nell’immaginario popolare, come dimostra questa scena del fumetto Asterix e Cleopatra, le piramidi sono edifici labirintici e pieni di trappole. Non è chiaro quale sia l’origine di questa immagine, che si è consolidata senz’altro grazie al cinema di Hollywood e ai videogiochi di Lara Croft. Forse perché è difficile credere che queste immense costruzioni di pietra contengano solo poche stanze. In ogni caso la realtà è molto più prosaica della fantasia: le grandi piramidi egizie hanno poche cavità al loro interno, nessuna delle quali contiene trappole per ladri. Nemmeno nelle tombe della Valle dei Re, costruite durante il Nuovo regno, ci sono meccanismi per dissuadere i predoni: giusto qualche pozzo di pochi metri di profondità al centro degli edifici, che serviva a prevenire possibili allagamenti e in cui solo un ladro sprovveduto e senza luci sarebbe potuto cadere. L’interno delle piramidi dell’Antico regno, a eccezione di quella di Cheope, è costituito da elementi relativamente semplici, per quanto complessi da interpretare. In effetti durante la sesta dinastia la pianta delle piramidi si standardizzò. Per proteggere le proprie mummie, i faraoni preferirono affidarsi al potere sacro della regalità piuttosto che a complicati meccanismi di sicurezza. Il massimo che si utilizzava per scoraggiare i saccheggiatori erano i blocchi di granito lungo il percorso. Le piramidi non hanno cavità interne; le camere sono quasi sempre sotterranee o costruite a livello della base, e solo il corridoio d’ingresso attraversa il corpo dell’edificio. Considerato che si tratta di costruzioni di dimensioni imponenti, questo schema facilitava il lavoro degli architetti del faraone e preveniva possibili crolli. L’unica eccezione a questa regola è la grande piramide di Cheope.

Maestose tombe di pietra.
2667-2648 a.C. circa. Imhotep, architetto del faraone della III dinastia, Djoser, erige la piramide a gradone di Saqqara, la prima della storia.
2613-2589 a.C. circa. La piramide di Meidum, iniziata secondo il modello a gradone, viene trasformata in una piramide a facce lisce da Snefru, della IV dinastia.
2613-2589 a.C. circa. Snefru fa costruire altre due piramidi a Dahshur; una a doppia pendenza (piramide romboidale) e una facce lisce (piramide rossa).
2589-2566 a.c. circa. Cheope, figlio di Snefru erige a Giza la più grande piramide d’Egitto, ua delle meraviglie del mondo antico. 
2558-2494 a.C. circa. A Giza vengono costruite la piramide di Chefren, grande quasi quanto quella di Cheope, e quella di Micerino, più piccola.
2494-2345 a.C. circa. Le piramidi della V dinastia hanno dimensioni minori e materiali più scadenti. In quella di Unis vengono trovati i ‘testi delle Piramidi’.


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Il complesso funerario di Djoser, più conosciuto con il generico nome di piramide a gradoni è una struttura funeraria eretta nella necropoli di Saqqara (Egitto), a nord-est dell'antica città di Menfi. Venne eretta per la sepoltura di Djoser, sovrano della III dinastia, dal suo architetto Imhotep.


PIRAMIDI A GRADONI. Il principale elemento interno della piramide di Djoser a Saqqara, considerata la più antica d’Egitto ed edificato dal saggio Imhotep durante la III dinastia, è costituito da un enorme pozzo. Sul fondo è situata la camera funeraria, composta di blocchi di granito simili a mattoncini di un gioco di costruzione. Dai lati nord, ovest e sud parto dei corridoi che conducono ad alcuni magazzini, dove venivano conservati dei vasi di pietra. Le uniche due camere della piramide sono incompiute e adornate con pannelli di pietra calcarea, lastre di maiolica turchese e tre stele che rappresentano il faraone durante la festa Heb Sed (una cerimonia per celebrare la rinascita della forza legale). Si accendeva al pozzo tramite una galleria scavata davanti al lato nord della struttura, che permetteva all’anima del faraone di raggiungere gli astri circumpolari, ovvero quelli sempre visibili perché non tramontano mai nel cielo notturno. Vicino all’angolo est della piramide si trovava il serdab, una piccola cella destinata ad accogliere il Ka (l’essenza vitale) del defunto. Al suo interno era situata una statua di Djoser con gli occhi puntati in direzione di due fori sulla parete, che permettevano al sovrano di guardare le stelle imperiture cui sarebbe asceso. Imhotep progettò anche la piramide di Sekhemket, il successore di Djoser, anche se non la completò. Il monumento è circondato su tre lati da alcuni magazzini sotterranei disposti lungo un corridoio a forma di U. i cunicoli non terminati attorno alla camera funeraria  probabilmente ospitavano stele simili a quelle della piramide di Djoser. Anche la tomba incompiuta di Khaba, successore di Sekhmkhet, presenta una struttura simile, ma ha un minor numero di magazzini. Questi ambienti situati vicino alle, mummie dei faraoni forse rappresentavano un sostituto simbolico dei corpi dei servi, che durante la I dinastia venivano sacrificati e posti nei sepolcri reali per accompagnare i sovrani nell’aldilà.

Piramide a gradoni.
La prima piramide della storia sorge su un terreno sopraelevato nella necropoli di Saqqara. La mastaba o tomba quadrangolare, inizialmente progettata dall’architetto Imhotep, subì cinque successive modificazioni, che la trasformarono in una piramide a sei gradoni. Il monumento finale ha una base di 121 metri da est a ovest e di 109 metri da nord a sud, e un’altezza complessiva di 60 metri. I sei volumi successivi furono costruiti con piccoli blocchi di pietra e quindi ricoperti con pietra calcarea bianca proveniente dalle cave di Tura, nei pressi della capitale Menfi. Al centro della piramide si apre un enorme pozzo di 28 metri di profondità rivestito in granito. Questo condotto porta alla camera funeraria di Djoser, costruita anch’essa con blocchi di granito e sigillata con un grande masso dello stesso materiale di 3,5 tonnellate.
La decorazione in tonalità di verde è realizzata con piastrelle di maiolica ed è stata scoperta all’interno di alcune camere sotterranee, rimaste incompiute, della piramide di Djoser.
Rivestimento con piastrelle in faience turchese



VERSO LA PIRAMIDE PERFETTA. La struttura interna delle tombe monumentali subì un radicale cambiamento alla fine della III dinastia, con la piramide a gradoni di Meidum, attribuita al faraone Huni e conclusa dal figlio Snefru. Sul lato nord, a una certa altezza dal suolo, è situato l’ingresso da cui parte un corridoi che conduce alla camera funeraria. Questa non è più situata decine di metri, ma a livello del terreno. I magazzini scompaiono completamente forse sostituiti da  due piccole stanze che precedono la cripta. Questo schema a tre camere si ripeterà nelle piramidi successive. A Meidum compaiono per la prima volta tutti gli elementi che, a partire da allora, caratterizzeranno i complessi piramidali: tempio basso o a valle (un approdo sul Nilo dove veniva accolto il corpo del defunto), vie d’accesso, tempio alto (dove si svolgeva il culto del sovrano deceduto), piramide sussidiaria (la cui funzione non è molto chiara) e piramide principale (dove veniva deposta la mummia del faraone perché potesse raggiungere gli astri circumpolari).
Snefru fece costruire anche altri due monumenti sepolcrali, entrambi a Dahshur. Il primo è la piramide romboidale, così chiamata perché presenta una variazione della pendenza delle facce circa a metà altezza. Ha la particolarità di avere due camere funerarie – una al di sopra del livello del terreno e una sotterranea – con due entrate indipendenti poste rispettivamente sul lato nord e sul lato ovest. È molto probabile che le due camere fossero relazionate alla doppia inclinazione delle facce e simboleggiassero la duplice natura del Paese, suddiviso in Alto e Basso Egitto. L’altro edificio è la piramide rossa, la prima a essere concepita sin dall’inizio con le facce lisce. Contiene tre stanze collegate tra loro: due sono a livello del terreno mentre la terza è rialzata, quasi ad anticipare la peculiare struttura interna della piramide di Cheope, figlio e successore di Snefru, che sarebbe stata costruita dopo.

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Il sito si trova nel governatorato di Beni Suef, a 9 km dal villaggio moderno, e ospita un complesso piramidale egiziodell'Antico Regno, caratterizzato da una grande piramide attribuita al faraone Snefru, sovrano della IV dinastia. Nel complesso di Meidum sono state ritrovate anche una piramide accessoria, un tempio funerario, una rampa processionale ed un tempio a valle ma questa piramide così come la piramide rossa e la piramide romboidale, non venne destinata alla sepoltura del sovrano che resta ancora sconosciuta.

Disegno di Lepsius della piramide di Meidum (1849-1859).

Piramide romboidale o a doppia pendenza.
Costruita da Snefru a Dahshur, è l’unica in Egitto con queste caratteristiche. Attualmente misura 101,15 metri di altezza e 188,6 metri di lato. Secondo il progetto iniziale, l’edificio avrebbe dovuto misurare 138 metri di altezza e 156 di lato. Esistono varie teorie che cercano di spiegare la variazione di pendenza. Secondo la più accreditata, l’instabilità del terreno su cui sorge la piramide provocò fratture all’interno e all’esterno dell’edificio. Gli architetti del faraone modificarono quindi l’inclinazione delle pareti per contenere il peso del monumento. Altri ritengono invece che il progetto iniziale di Snefru prevedesse già questo cambiamento. All’interno della piramide ci sono due camere funerarie, cui si accede tramite due ingressi situati rispettivamente a 12 e a 33 metri di altezza. Le due camere sono collegate tra loro da un corridoio lungo 18 metri.
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Dahshur (in arabo: دهشور ‎, Dahshūr) è una località situata nel deserto, sulla riva occidentale del Nilo, a circa quaranta chilometri da Giza e pochi chilometri a sud della zona archeologica di Saqqara. Vi è una necropoli fra le meglio conservate, conosciuta per la presenza di complessi piramidali e per numerose tombe nobiliari di notevole importanza archeologica.
Ma a Dahshur oltre agli importanti siti funerari, sulla riva destra del Nilo, nel Wadi Al-Garawi vi sono i resti della più antica diga del mondo, risalente alla IV dinastia le cui dimensioni erano di 100 metri di lunghezza e 50 di altezza.
mappa del sito

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LA MERAVIGLIA DI CHEOPE. È la più grande delle piramidi egizie e rappresenta un’evoluzione rispetto al modello precedente. Le tre camere scoperte nella piramide di Cheope non sono più situate in prossimità della superficie, come avveniva in precedenza. Una, apparentemente incompiuta, è collocata a 30 metri di profondità; un’altra, sormontata da un tetto a due falde, si trova a una ventina di metri di altezza; infine la camera funeraria – che ha un tetto piano ed è preceduta da un ampio corridoio, la cosiddetta grande galleria – è posta a una quarantina di metri di altezza. Il nome della piramide, ‘l’orizzonte di Cheope’ lascia forse intravedere la ragione di questa modifica della posizione delle camere. Probabilmente gli architetti del faraone volevano assimilare Cheope al raggio solare (che è simboleggiato sia dalle piramidi a fasce lisce sia dagli obelischi), il che potrebbe pure indicare che Cheope fu deificato in vita.
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La Piramide di Cheope, conosciuta anche come Grande Piramide di Giza o Piramide di Khufu, è la più antica e la più grande delle tre piramidi principali della necropoli di Giza, confinante con quello che oggi è El Giza, in Egitto. È la più antica delle sette meraviglie del mondo antico e l'unica a rimanere in gran parte intatta



 Lo schema della Grande Piramide nell'edizione del 1752 dellaPyramidographia di John Greave
Piramide di Giza.
Sulla piana di Giza, nei pressi del Cairo, sorge la necropoli reale della IV dinastia in cui Cheope, Chefren e Micerino fecero costruire le tre grandi piramidi. La più grande è quella di Cheope, detta anche grande piramide, seguita da quella del figlio Chefren. L’esploratore Giovanni Battista Belzoni, che nel 1818 individuò l’entrata superiore di quest’ultima, descrive così il suo ingresso nella camera funeraria: “Che delusione la vista di quel luogo (…)! Molte delle lastre del pavimento erano state rimosse alla ricerca di qualche tesoro (…). Nell’angolo ovest finalmente intravidi un sarcofago seppellito a livello del terreno (…). Accanto al sarcofago c’era un cumulo di ossa di bovino e sulla parete retrostante un’iscrizione in arabo…”. La scritta affermava che un sultano era penetrato nella piramide secoli prima. Belzoni non era stato dunque il primo.
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La Piramide di Chefren, IV sovrano della IV dinastia era il cenotafio eretto dal sovrano stesso sulla piana di Gizadurante l'Antico Regno e denominato "Wr Kafre" ossia "Grande è Kafre"
Pianta del tempio funerario di Chefren



PIRAMIDI MINORI. Questa distribuzione delle stanze rimase unica. Djedefra, figlio e successore di Cheope, fece costruire la sua camera funeraria una quindicina di metri al di sotto della sua piramide (che fu smantellata in epoca romana). Il fratellastro Chefren scelse la classica  posizione al livello del terreno. All’interno della piramide di Micerino, figlio di Chefren, compaiono invece alcuni elementi che poi ritorneranno nelle successive piramidi dell’Antico Regno: oltre all’anticamera e alla camera funeraria (poste ad altezze diverse e separate da sei magazzini), lungo il corridoio di accesso si trovano un’altra stanza e tre grandi blocchi di granito che ostacolano il passaggio. Questi elementi ritornano a Mastabat el-Fara’un – il complesso funerario di Shepseskaf, ultimo sovrano della VI dinastia. Da quel momento in poi la struttura interna delle piramidi, decorata  con formule funerarie (i testi delle Piramidi), rimarrà sempre la stessa: un corridoio che conduce a una piccola stanza seguita da tre blocchi di granito; dopo di essi, il corridoio prosegue fino a un’anticamera che a ovest dà sulla camera funeraria e a est sui magazzini che formavano il serdab (l’unica stanza senza testi). E così la storia dell’evoluzione delle piramidi, iniziata a Saqqara con un pozzo e delle stanze scavate nella roccia, si concluse ancora a Saqqara alla fine dell’Antico Regno, quando gli architetti reali stabilirono uno schema fisso per l’interno delle dimore eterne dei faraoni egizi.

Grande piramide.
Si accede all’interno dell’edificio tramite un’entrata posta sul lato nord, a 15 metri dal suolo, che dà sul corridoio di un metro di larghezza per 1,2 metri di altezza. Questo passaggio scende per 105 metri, quindi prosegue in orizzontale per 9 metri fino a una camera sotterranea posta a 35 metri di profondità. A 20 metri dall’ingresso della piramide un cunicolo ascendente più corto del precedente, conduce alla grande galleria – un enorme corridoio lungo 47 metri davanti alla quale si apre un pozzo di 69 metri (noto come il passaggio dei ladri). All’inizio della grande galleria c’è un corridoio che conduce a una stanza al centro della piramide – la camera della regina – con un tetto a due falde. Proseguendo lungo la grande galleria si raggiunge la camera del re, sormontata da cinque camere di scarico. Dalla camera del re e della regina partono dei condotti di 20 centimetri di sezione che puntano alla direzione delle stelle.



Articolo in gran parte di José Miguel Parra Egittologo membro della squadra del progetto Djehuty. Pubblicato su Storica National Geographi del mese di luglio 2018. Altri testi e immagini da Wikipedia