giovedì 13 settembre 2018

Galeazzo Ciano traditore o vittima sacrificale?

Galeazzo Ciano, traditore o vittima sacrificale?
Nel 75° anniversario del fatale Ordine del giorno Grandi, riesaminiamo il personaggio di Galeazzo Ciano, che voltò le spalle al Duce, suo suocero e protettore. Ma come andò veramente?

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Galeazzo Ciano



fucilazione di Galeazzo Ciano

Galeazzo Ciano è forse il personaggio più ambiguo e controverso tra i massimi esponenti del regime mussoliniano, che doveva la sua inarrestabile carriera, oltre a indubbie doti personali, al matrimonio con Edda Mussolini, che lo rese intimo del Dice, tanto da acquisire un potere tale da farlo ritenere suo delfino. Bello, dotato di grande fascino, brillante e spavaldo (lo dimostrò alla cloche del suo aereo o davanti al plotone di esecuzione), era anche considerato opportunista, fatuo, spregiudicato, al limite del cinismo, inaffidabile. La sua firma sull’ordine del giorno Grandi, che di fatto destituì Mussolini, fu paragonata al bacio di Giuda. Galeazzo Ciano va prima di tutto inquadrato nel suo contesto familiare. Era il rampollo non solo di una delle famiglie più cospicue della Toscana costiera, ma soprattutto un personaggio mitico e influentissimo, Costanzo Ciano, che godeva della stima incondizionata di Mussolini. Galeazzo venerava il padre, ma ne era totalmente soggiogato e, crescendo, ha sofferto il confronto con la personalità dominatrice del genitore, uomo di fegato ma anche intelligente politico. Questo gli determinò quella insicurezza di carattere, ma nello stesso tempo la convinzione di esser fortunato e benedetto dalla sorte, una di quelle persone predilette dal cielo a cui le cose possono solo andare bene. Questo lo rese superficiale e frivolo, il classico enfant gaté di ottima famiglia. Coccolato dal bel mondo romano, che conservava i sui privilegi sotto il fascismo, Ciano era in realtà estraneo alla cultura fascista, anche se il padre era diventato un uomo di spicco del Regime. Galeazzo aveva passato la gioventù in ambienti non fascisti  e, successivamente, diplomatici, questi ultimi scarsamente imbevuti di quello spirito, essendo piuttosto legati a una certa aristocrazia romana che solleticava la sua vanità e il suo gusto per le cose (e le donne) belle. Di qui il suo apparire un po’ vanesio e un po’ guascone, sicuro di essere inattaccabile grazie al suo legame con il Duce. Il prendersi gioco di tutto e il criticare tutti, l’usare il pettegolezzo anche come mezzo politico, il vivere superficialmente e senza approfondire la conoscenza di eventi e persone erano gli elementi caratteristici del personaggio, che pur amando e ammirando senza riserve Mussolini, non esitava a farne l’imitazione nei salotti romani. Frequentando la bella e un po’ frivola società della Capitale, conobbe Edda Mussolini, figlia primogenita del Duce, che sposò in grande pompa nel 1930. Da quel momento, e per dodici anni, la sua carriera politica fu inarrestabile: sottosegretario alla Stampa nel 1933, ministro della Cultura popolare nel 1935, ministro degli Esteri l’anno successivo, a soli 33 anni. Rimase a Palazzo Chigi fino al febbraio 1943, quando fu esonerato dal Duce, per subentrata incompatibilità di idee politiche. Non potevano saperlo, ma la rottura era vicina.


 Galeazzo Ciano e Benito Mussolinipassano in rassegna un reparto militare al rientro in Italia di Ciano dall'Africa Orientale Italiana - Brindisi, 17 maggio 1936

Che valore hanno i suoi diari da un punto di vista storico?
Non c’è dubbio che i diari di Ciano  abbiano un valore storico importantissimo per la comprensione del regime mussoliniano. Anche se alcune parti sono state sicuramente rimaneggiate quando Ciano smise i panni di ministro per assumere quelli di ambasciatore in Vaticano, essendo ormai fuori dai giochi: in particolare, a giudizio degli storici, proprio la parte che riguarda la guerra con la Grecia appare ritoccata da Ciano, con l’evidente scopo di apparire meno responsabile di quei disastri. Il testo dei diari è comunque attendibile e fuori di ogni logica sono le tesi espresse da Ribbentrop, secondo il quale erano esistiti ben due diari di Ciano, uno dei due falsificato da lui stesso, allo scopo di servirsene dopo il conflitto. Ribbentrop che odiava Ciano, sostenne questo al processo di Norimberga, sede in cui il diario era stato inserito fra le prove di accusa contro lo stesso Ribbentrop. D’altra parte, i rimaneggiamenti possono riguardare particolari stati d’animo di Ciano, non già la realtà e la successione degli avvenimenti annotati giorno per giorno, senza particolare animosità. Infatti, una delle caratteristiche dei diari è la schematicità delle informazioni, come se Ciano volesse appuntare gli avvenimenti della giornata, un po’ di corsa, senza badare allo stile e agli effetti letterari. È quindi probabile che Ciano pensasse al diario come un brogliaccio da risistemare in vista della futura redazione delle sue future memorie, allorché tutta la massa degli avvenimenti sarebbe stata corredata di impressioni e di collegamenti logici e politici. nell’introduzione, scritta in carcere a Verona poco prima di essere fucilato, Ciano spiega il pregio dei suoi diari: “(…) forse in questa stessa scheletricità, nella assoluta mancanza di superfluo è il pregio di questi miei diari. Gli avvenimenti sono in essi fotografati senza ritocco, e le impressioni sono le prime e le più genuine, prima che la critica o il senno di poi abbiano potuto esercitare la loro influenza. Ero solito annotare i fatti giorno per giorno, ora per ora, e forse si potranno trovare talvolta ripetizioni o contraddizioni. Così appunto come la vita si ripete e si contraddice”.



Quanto era sincero e genuino il diario? Mussolini sapeva della sua esistenza?

Il diario era certamente sincero e certificò la spontaneità della sua redazione: la fretta e l’essenzialità con cui è scritto dimostrano che Ciano appuntava alcuni fatti per poi poterci tornare nel futuro. Proprio le contraddizioni presenti avvalorano la sincerità del diario. Il Duce sapeva sicuramente che il genero stava scrivendo un diario, tanto che un giorno gli chiese se lo teneva ordinato; alla risposta affermativa di Ciano, Mussolini aggiunse che il suo diario sarebbe servito a dimostrare che i tedeschi in campo politico e militare avevano sempre agito a sua insaputa. Ciano trovò molto stana e anche un po’ inquietante questa affermazione. Ma, oggi, sapendo grosso modo come la pensava Mussolini circa i tedeschi, si può trovare quella frase tutt’altro che sorprendente.

In che misura i diari fotografano la situazione in quegli anni?

Il diario si apre nell’agosto del 1937 con le note trionfali sui successi italiani nella Guerra di Spagna, una guerra da lui fortemente voluta, in nome della crociata cattolica e anticomunista. Ma già nel febbraio 1938 si giunge a una sopravvalutazione degli accordi con la Germania: il 5 di quel mese Ciano si dichiarava molto soddisfatto della presenza di Ribbentrop al ministero degli Esteri del Reich, mentre un anno più tardi comincerà ad odiarlo, e soprattutto vedeva con grande speranza gli avvicinamenti tra Italia e Germania, contro le tentazioni britanniche e francesi. Si trattava di rafforza l’Asse e i presupposti del futuro Patto d’Acciaio. In realtà, Ciano non comprese la strategia complessiva di Mussolini, la quale peraltro era tutt’altro che facile da decifrare, poco incline come era lui a confidarsi. L’unico uomo di cui Benito si fidava totalmente era il fratello Arnaldo, dopo la morte del quale, nel 1931, il Duce rimase totalmente solo al comando.

Come visse quegli anni Ciano, giovane e inesperta new entry della politica?

ordine del giorno Grandi
l Gran Consiglio del Fascismo
riunendosi in queste ore di supremo cimento, volge innanzi tutto il suo pensiero agli eroici combattenti di ogni arma che, fianco a fianco con la gente di Sicilia in cui più risplende l'univoca fede del popolo italiano, rinnovando le nobili tradizioni di strenuo valore e d'indomito spirito di sacrificio delle nostre gloriose Forze Armate, esaminata la situazione interna e internazionale e la condotta politica e militare della guerra
proclama
il dovere sacro per tutti gli italiani di difendere ad ogni costo l'unità, l'indipendenza, la libertà della Patria, i frutti dei sacrifici e degli sforzi di quattro generazioni dal Risorgimento ad oggi, la vita e l'avvenire del popolo italiano;
afferma
la necessità dell'unione morale e materiale di tutti gli italiani in questa ora grave e decisiva per i destini della Nazione;
dichiara
che a tale scopo è necessario l'immediato ripristino di tutte le funzioni statali, attribuendo alla Corona, al Gran Consiglio, al Governo, al Parlamento, alle Corporazioni i compiti e le responsabilità stabilite dalle nostre leggi statutarie e costituzionali;
invita
il Governo a pregare la Maestà del Re, verso il quale si rivolge fedele e fiducioso il cuore di tutta la Nazione, affinché Egli voglia per l'onore e la salvezza della Patria assumere con l'effettivo comando delle Forze Armate di terra, di mare, dell'aria, secondo l'articolo 5 dello Statuto del Regno, quella suprema iniziativa di decisione che le nostre istituzioni a Lui attribuiscono e che sono sempre state in tutta la nostra storia nazionale il retaggio glorioso della nostra Augusta Dinastia di Savoia.[11]

                 


I sette anni da ministro degli Esteri furono sicuramente i più rilevanti della sua vita: nell’estate  1936, l’Italia partecipava alla Guerra Civile Spagnola, nell’ottobre successivo lo stesso ministro firmò ‘i protocolli di Berlino’, che sono passati alla Storia con il nome di “asse Roma-Berlino”; partecipò alla conferenza di Monaco del 1938, organizzata nel vano tentativo di fermare la spinta espansionistica tedesca; nel maggio 1939 firmò il Patto d’Acciaio che legava l’Italia alla Germania di Hitler; poco più di un mese prima, nell’aprile 1939, l’Italia aveva occupato l’Albania, e anche questa operazione era stata promossa direttamente da Ciano, le cui ambizioni erano pari, se non superiori a quelle del Regime. Ma nel corso degli eventi, per il ministro degli Esteri la pressione tedesca, che in qualche modo Mussolini tentava di gestire, i voltafaccia di Hitler e la sua sostanziale arroganza (decideva ogni cosa senza informare l’alleato italiano e ne snobbava le opinioni quando non collimano con le proprio), determinarono un lento allontanamento di Galeazzo dalle posizioni del suocero, che gli risultavano incomprensibili, estemporanee e prive di una vera strategia. Il Duce governava con i suoi umori variabili, prendeva decisioni che apparivano bizzarre e non ammetteva contradditorio. Il che fece passare progressivamente Ciano da uno stato di ammirazione incondizionata per il suocero, a un atteggiamento critico se non proprio di avversione. I rapporti tra i due, quindi, si deteriorarono fino all’estromissione di Ciano dal ministero degli Esteri e alla nomina di ambasciatore presso la Santa Sede nel febbraio 1943, posizione di assoluto prestigio e utilità in quel delicato momento. Mussolini potrebbe avercelo messo per  avere un canale aperto con la diplomazia vaticana e lo stesso pontefice Pio XII, in vista di una possibile trattativa di pace con gli Alleati, considerato che la sconfitta si profilava probabile, e di un possibile sganciamento dell’Italia dal sempre più scomodo alleato tedesco. Il momento culminate nel deterioramento dei rapporti tra Ciano e Mussolini fu la seduta deò Gran Consiglio del fascismo del 24-25 luglio 1943, che segnò la fine del regime.

Una settimana prima della riunione del Gran Consiglio, e due giorni prima dell'incontro detto di Feltre (ma tenutosi in realtà a San Fermo, frazione di Belluno) fra Mussolini e Hitler, Heinrich Himmler riceveva un'informativa che anticipava le manovre in corso per deporre il Duce e sostituirlo con Pietro Badoglio[6]. Il documento fa ripetuto riferimento al re Vittorio Emanuele III ed alla massoneria.

Costanzo, eroe nazionale (ma non senza macchia).
Il conte Costanzo Ciano era uno dei personaggi più rilevanti della Prima guerra mondiale, e poi del fascismo: nel novembre 1917 aveva messo in fuga, con i mezzi d’assalto subacquei (i famosi “maiali”) due corazzate austriache, davanti alla cittadina di Cortellazzo, nel Veneto costiero, mentre nel febbraio del 1918 aveva partecipato, con il suo amico Gabriele d’Annunzio, alla beffa di Buccari. Per questi meriti straordinari, era stato insignito della quarta medaglia d’argento e della prima d’oro, ed era stato nominato conte di Cortellazzo e Buccari. Per dieci anni Costanzo Ciano fu ministro delle Comunicazioni dal 1924 al 1934, mentre dal 1934 al 1939, fu presidente della Camera dei deputati, poi trasformata in camera dei fasci e delle corporazioni.
Durante la sua carriere all’ombra del fascismo, Costanzo Ciano non fu immune da critiche per i suoi supposti traffici a cui fu attribuita la fonte del suo enorme arricchimento. Ma non fu mai sfiorato dall’ombra dello scandalo e la sua morte, il 26 giugno 1939, fu accolta dal cordoglio nazionale, oltre che dal sincero dolore del figlio Galeazzo e di tutta la famiglia. Per ospitare le sue spoglie mortali fu costruito un mausoleo degno di un faraone,  

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Costanzo Ciano, conte di Cortellazzo e di Buccari (Livorno, 30 agosto 1876 – Ponte a Moriano, Lucca, 26 giugno1939), è stato un militare e politico italiano, padre di Galeazzo Ciano.


Come ne esce la figura di Mussolini nei diari di Ciano?

Sulla base di recenti ricerche presso gli archivi britanni, francesi e tedeschi, appare evidente la volontà di Mussolini di mantenere una posizione ambigua e il più possibile equidistante tra la Germania, di cui temeva la forza, e Francia e Gran Bretagna, potenze che mostravano di non apprezzare particolarmente la volontà italiana di diventare una grande potenza. Inoltre, francesi e britannici, erano concorrente dell’Italia sia nell’ambito coloniale, sia in quello mediterraneo. Gibuti (Somalia francese), la Corsica, la Tunisia e magari anche Nizza e la Savoia erano le possibili rivendicazioni italiane verso la ‘cugina d’Oltralpe’ che si concretizzarono in esplicite richieste nel 1939, dopo che per un periodo sembrò a portata di mano un accordo con Parigi. Per quanto riguarda Londra, con la quale i rapporti nei primi anni trenta erano stati buoni, le difficoltà insorsero quando l’Italia attaccò l’Etiopia. In quell’occasione si vide come gli inglesi fossero decisamente contrari a un’espansione coloniale italiana: soprattutto divenne centrale il controllo del Mediterraneo, che la presenza a Gibilterra e a Malta assicurava alla Gran Bretagna. Da qui la strategia mussoliniana: avvicinarsi sempre più, fino al punto di non ritorno, alla Germania, assecondando le sue mire espansionistiche (vedi il caso austriaco: con l’Italia che nel 1934 mandò le truppe al Brennero per evitare l’occupazione tedesca e dopo tre anni accettò l’Anshluss), aderendo alle sue impostazioni ideologiche, mostrando al mondo, attraverso l’Asse e il Patto d’Acciaio, che i due regimi totalitari marciavano compatti e con comuni interessi. In altri termini, Mussolini aveva compreso che l’unico ruolo internazionalmente rilevante che l’Italia avrebbe potuto ricoprire era quello del ‘nemico-amico’ e cioè di uno Stato che, pur nell’orbita tedesca, si mostrava disponibile a eventuali trattative con le demoplutocrazie. In pratica un moderatore delle mire di Adolf Hitler. Pertanto, mentre Francia e Gran Bretagna non riuscivano a interloquire con Berlino, Roma esercitava una certa influenza, come aveva dimostrato la Conferenza di Monaco, nella quale Mussolini ebbe un ruolo chiave come interlocutore per entrambe le parti. In questo modo Mussolini riteneva di potere condizionare entrambi i contendenti e così ottenere qualche apprezzabile risultato a livello territoriale. Gli attacchi alla borghesia, ‘pacifista e improduttiva’, le polemiche contro lo spirito rinunciatario, l’introduzione del passo romano o passo dell’oca, la stessa campagna di stampa contro gli ebrei, culminata nelle leggi razziali del novembre 1938, costituirono tanti elementi di ufficiale avvicinamento a Hitler, ma non si trasformarono mai in rotture esplicite e definitive con Parigi e Londra. La non belligeranza (formula che Mussolini usò per distinguerla dalla neutralità, non metteva in discussione l’alleanza, ma semplicemente sospendeva l’impegno italiano in guerra, fermo restando la fedeltà verso l’alleato) fu, da questo punto di vista un capolavoro di ambiguità. Mussolini cambiava idea frequentemente, almeno così pareva, e Ciano non mancò di rilevarlo. Oggi filotedesco, domani timoroso della potenza teutonica, Mussolini sembrava oscillare tra la risolutezza dell’intervento in guerra e la prudenza di una decisione rimandata tempi migliori. In realtà Mussolini comprendeva benissimo che l’Italia non era pronta per la guerra e questo emerge anche dal diario; il Duce voleva un’altra Monaco nella quale continuare a fare il mediatore, con il duplice scopo di salvare la pace in Europa e contemporaneamente acquisire vantaggi – di prestigio, e possibilmente anche territoriali – per l’Italia. Sperava, inoltre, in un logoramento delle due parti, affinché fosse più semplice gestire il proprio ruolo. Invece, la caduta della Francia al primo urto tedesco fece precipitare le cose e Mussolini si trovò di fronte a un bivio drammatico. Se la guerra fosse finita con la sconfitta francese, per l’Italia le cose si sarebbero messe male; non solo non avrebbe avuto il merito di aver contribuito alla vittoria, ma sarebbe rimasta ferma, non belligerante, in attesa di eventi, mentre l’alleato sopportava l’intero peso del conflitto. Che cosa avrebbe detto dopo, a vittoria acquisita, Hitler? L’Italia avrebbe rischiato la figura del 1915, quando alleata con Austria e Germania, passò, con un accordo segreto, nel campo dell’Intesa. E Hitler non era il tipo di perdonare debolezze o ambiguità.


matrimonio Ciano ed Edda


Galeazzo, un uomo baciato dalla fortuna (o così credeva)
Gian Galeazzo Ciano, è nato a Livorno il 18 marzo 1903. Durante la Prima guerra mondiale la sua famiglia si trasferì prima a Venezia e poi a Genova. Nella città lagunare frequentò il liceo Marco Polo, mentre sotto la Lanterna conseguì brillantemente la maturità. La sua prima vocazione, durante gli studi universitari, fu il giornalismo e il teatro. Collaborò a testate come La Tribuna e L’Impero, m a senza uno specifico impegno politico. Dopo la laurea in giurisprudenza, entrò in diplomazia e svolse il suo primo incarico a Rio de Janerio. Il 24 aprile 1930 sposò Edda Mussolini, dopodiché fu promosso console a Shanghai, distinguendosi per la sua condotta intelligente e brillante. Tornò a Roma il 1° agosto  1933 con il prestigioso incarico di capo dell’ufficio Stampa di Mussolini. La sua carriera fu inarrestabile, non senza meriti personali: nel 1935 divenne ministro della Cultura popolare e nel 1936 Ministro degli Affari esteri, subentrando, allo stesso Mussolini; a Palazzo Chigi conobbe l’apice del suo percorso all’ombra del potente suocero. Parallelamente alla sua attività politica, partecipò alla Guerra d’Etiopia, come pilota di bombardieri e in seguito compì missioni anche in Albania e Grecia. Ciano fu manifestamente il meno fascista tra i grandi gerarchi del regime, non nel senso che fosse antifascista, ma nel senso che egli partecipò poco e tiepidamente alle manifestazioni populistiche, ai suoi riti, alle sue campagne anticapitalistiche. In altri termini, mentre alcuni gerarchi avevano una propria posizione anche ideologica nel fascismo, rappresentando di volta in volta l’ala estremista e di destra (Farinacci), l’ala rivoluzionaria e di sinistra (Rossoni) o, infine, la posizione più seriamente corporativa (Bottai), Ciano non rappresentò che il bel mondo romano, tra diplomazia e salotti, senza una particolare inclinazione ideologica. Per questi motivi, Ciano non aveva amici nell’ambiente dei gerarchi fascisti: non certo Grandi, Bottai e Balbo, che lui temeva come concorrenti nella successione al Duce; non certo un Farinacci, che era l’esempio del fascista estremo che Ciano aborriva; ma neppure Federzoni o Giurati, che rappresentavano l’ala monarchica e di destra del Regime. La solitudine di Ciano si vide chiaramente dopo il 25 luglio, quando nessuno spese una parola per lui; anzi, tutti considerarono una giusta vendetta l’esito del processo di Verona. 

Perché nei suoi diaria Ciano parla così poco della moglie?

Il matrimonio tra Edda e Galeazzo seguì un andamento altalenante: a momenti di felicità coniugale, seguivano, sempre più spesso, tensioni e incomprensioni. I motivi per cui Ciano parla pochissimo di Edda nei diari possono essere principalmente due. In primo luogo, perché non si trattava di un diario privato, ma politico e allora le donne, nemmeno Edda, non erano grandi soggetti di politica. In secondo luogo perche, mano a mano che il rapporto con Mussolini si deteriorava, Ciano evidentemente tendeva a non coinvolgere la moglie nelle sue prese di posizione, sapendo che Edda non le condivideva. Aggiungiamo poi che Edda aveva il carattere di Benito, al femminile: era cioè una donno molto volitiva e decisa, che non amava un ruolo di comprimaria nella coppia. E lo dimostrano le crisi tra i due nelle quali non era quasi mai Edda a soccombere. Durante il Regime, girava una battuta sui rapporti tra i due che la dice lunga sul difficile ruolo che aveva Ciano: “Quale è la differenza tra la Sardegna e Ciano? Che la Sardegna ha Grazia Deledda e Ciano ha la disgrazia dell’Edda”

Come fu che Galeazzo, invece di salvarsi con la famiglia come avrebbe potuto, finì davanti al plotone di esecuzione?


Dopo i drammatici eventi succeduti al 25 aprile, incautamente, pur sapendo di essere odiato dai tedeschi, Ciano volle andare in Germania per incontrare il suocero, forse sopravvalutando la sua protezione. Hitler non si fece sfuggire l’occasione e lo fece arrestare e trasferire a Verona al carcere degli Scalzi, in attesa del processo che le autorità del nuovo Stato mussoliniano – che aveva la sua capitale a Salò, sul Garda – stavano organizzando contro i traditori del 25 luglio. Fra i cinque imputati presenti nel carcere scaligero, ciano venne subito considerato dai tedeschi, e soprattutto dai fascisti di Salò, il supertraditore, proprio a causa del suo voltafaccia, nonostante i legami di parentela che lo legavano al Duce e i benefici che ne aveva ricevuto. Peraltro proprio il suo modo di vivere il fascismo e la politica, il suo carattere, la sua superficialità erano sempre stati invisi ai fascisti ortodossi, mentre i moderati sospettavano delle sue ambiguità politiche. Se per gli altri condannati (Pareschi, Gottardi, Marinelli, e De Bono) soltanto con la seconda votazione si raggiunse il verdetto di morte, nel caso di Ciano invece bastò la prima. Mussolini, pressato dai tedeschi e dal segretario del Partito Fascista Repubblicano, Pavolini, (un tempo legatissimo a Ciano, ma poi diventato il suo più accanito accusatore), non poté o non volle intervenire per salvargli la vita, cosa che Edda, la sua figlia prediletta, non gli perdonò mai. La domanda di grazia, che i condannati firmarono il giorno prima dell’esecuzione non pervenne mai a Mussolini, essendo stata bloccato dallo stesso Pavolini.

Qual’è il giudizio storico che si può dare oggi dell’uomo: fu davvero uno spregevole ingrato, un traditore del Duce che lo aveva creato, oppure vale anche per lui la teoria per cui Giuda tradì Gesù ispirato proprio dal Cristo che se ne servì per completare il suo destino sulla croce?

Il paragone con Gesù è suggestivo ma con notevoli differenze. È però certo che la firma di Ciano sul documento Grandi non fu decisiva, anche se ebbe il significato di separare i due destini: quello del Duce in declino e quello del suo ex delfino, che poteva ancora aspirare a un ruolo importante nella politica futura, dopo l’ormai più che probabile resa dell’Italia. E n qualche modo anticipava la netta separazione tra Italia e Germania, che sarebbero passate da alleate a nemiche. I rapporti personali tra i due rimasero buoni, tanto che Ciano volle raggiungere il suocero in Germania con prevedibile rischio, e la decisione gli fu fatale. Hitler non poteva perdonare il voltafaccia dell’ex delfino del Duce: la sua condanna a morte era inevitabile anche perché il suo tradimento simboleggiava il tradimento dell’Italia  (ben distinta dall’Italia rappresentata dalla Repubblica di Salò) all’amica Germania. Ma tornando alla drammatica seduta del Gran consiglio del 24-25 luglio 1943, non possiamo conoscere lo stato d’animo e i pensieri di Ciano quando sottoscrisse l’Ordine del Giorno Grandi. Però è verosimile pensare che Mussolini avesse in qualche modo condotto la stessa seduta del Gran Consiglio per fare emergere l’opposizione della maggioranza dei gerarchi, al fine di presentarsi a Hitler con valide motivazione per uscire dal conflitto o, almeno, per concludere una pace separata con l’Unione Sovietica. Non si spiegherebbe diversamente la volontà di Mussolini, anche contro quella del segretario del Partito, di mettere ai voti per primo quell’Ordine del giorno Grandi, che Mussolini aveva lette e corretto un paio di giorni prima della seduta del Gran Consiglio. L’azione del re, con l’arresto di Mussolini il 25 luglio e la conseguente nomina di Pietro Badoglio a capo del Governo, cambiò tutto. Per cui, i firmatari dell’ordine del giorno Grandi – Ciano compreso – furono accusati di tradimento durante la Repubblica Sociale. Che Ciano fosse o meno consapevole dei veri obiettivi di Mussolini in quel 25 luglio, è cosa scarsamente rilevante. Nessuno, all’infuori parzialmente di Grandi furono sconvolti dall’arresto di Mussolini e dalla nomina di Badoglio: una carta che il re aveva già preparato da tempo e che giocò alla prima occasione favorevole. Il paragone con Giuda può essere fatto sulla fine dei traditori: Gida non resse alla vergogna del ruolo recitato e si impiccò, Ciano andò consapevolmente incontro alla sua fine, e lo fece  con grande dignità.


Intervista della Redazione di BBC History al prof. Giuseppe Parlato storico studioso e ricercatore in particolare del periodo tra le due guerre mondiali e pubblicato sul numero di BBC History del mese di agosto 2018. Altri testi e foto da Wikipedia.  

Scacco al Re - lo straordinario intuito di Cromwell

SCACCO AL RE

Nel 1688 un colpo di mano mise fine al potere assoluto del re in Inghilterra. E cambiò le sorti dell’Europa.

Oliver Cromwell Gaspard de Crayer.jpg
Ritratto di Oliver Cromwell eseguito da Gaspard de Crayer.
https://it.wikipedia.org/wiki/Oliver_Cromwell
Oggi si dice che i sovrani inglesi “regnano ma non governano”, per far capire che il potere reale è nelle mani del Parlamento. Eppure non è sempre stato così. Se quella d’Inghilterra è stata la prima monarchia parlamentare d’Europa lo dobbiamo a una strana rivoluzione, la Gloriosa rivoluzione inglese del 1688-89, così chiamata perché cambiò il corso della Storia. In poche settimane e senza spargimento di sangue. Prima di queste giornate gloriose (secondo i vincitori) in cui, come ha scritto lo storico britannico George Macaulay Trevelyan, vi fu “la vittoria della legge sul potere arbitrario dei monarchi”, l’Inghilterra conobbe circa un secolo di lotte. Tutto ebbe inizio nel 1603 quando morì la regina Elisabetta I, sovrana che aveva assicurato al suo Paese un’epoca di grande splendore e che aveva cercato con ogni mezzo di evitare lo scontro con le forze parlamentari. Prese il suo posto Giacomo I Stuart, un lontano parente che già era re di Scozia e che soprattutto amava affermare che “i re hanno il potere di muovere i loro sudditi come pezzi degli scacchi”. Il nuovo sovrano, come tutti i colleghi del tempo, si credeva un prescelto da Dio e sopportava a fatica il Parlamento, che però basava i suoi diritti e i privilegi addirittura sulla Magna Charta del 1215. Insomma da quasi quattro secoli nobili e anche ricchi borghesi si erano abituati a far valere la propria opinione e non avevano nessuna intenzione di rinunciarvi per le ambizioni di uno scozzese.


                                                                          Giacomo I Stuart

TUTTI CONTRO TUTTI. A rendere ancora più infuocato il clima politico c’era poi la questione religiosa. La monarchi per diritto divino, che tanto piaceva a Giacomo, era una prerogativa delle nazioni cattoliche. Ma nel regno inglese la religione di Stato era l’anglicanesimo, nato quando il re Enrico VIII, nel 1534, ruppe i rapporti con il papa e si autoproclamò capo della Chiesa inglese. Gli anglicani, per la maggior parte membri dell’aristocrazia, sospettavano che Giacomo Stuart fosse di simpatie papiste, ma seppure a stento, lo sopportavano un po’ per la fedeltà storica alla Corona, un po’ perché temevano che il potere finisse nelle mani della piccola nobiltà e della borghesia (sempre più forte in parlamento) legata al puritanesimo, la variante inglese del calvinismo. L’Inghilterra era dunque una polveriera sociale e religiosa e gli Stuart non erano proprio i più adatti a mantenere calmi gli animi. “Alla lunga un compromesso tra la dinastia regnante e le tanti parti della società inglese a loro avverse non era possibile. Molti Stuart avevano tendenze filo cattoliche lontane dalle convinzioni diffuse tra i ceti importanti dell’Inghilterra. Inoltre avevano la tendenza ad affermare un forte potere centrale in una società dove solo a fatica la Elisabetta aveva mantenuto un equilibrio tra monarchia e Parlamento”, spiega lo storico Adriano Prosperi.


TORIES VS. RIGHIT
Negli anni precedenti la Gloriosa rivoluzione, l’Inghilterra era praticamente spaccata tra due fazioni in lotta tra loro. Da una parte vi erano i cavalieri, i sostenitori dell’autorità del re e della Chiesa anglicana, dall’altra i sostenitori della superiorità del Parlamento e del calvinismo.
Questi erano chiamati ”teste rasate” per l’abitudine di portare i capelli cortissimi e di non indossare elaborate e ricciolute parrucche come facevano i cavalieri.
A partire dagli anni ottanta del Seicento, queste due fazioni cominciarono a essere conosciute con due   nomignoli spregiativi: i partigiani del re venivano chiamati dagli avversari Tories,che era l’epiteto dei fuorilegge cattolici hce imperversavano in Irlanda. I fautori del Parlamento erano denominati con spregio Whigs, termine che indicava probavilente i mandriani scozzesi o anche i ladri di cavalli.
Fino ad oggi. Nel corso del ‘700 Tories e Whigs divennero i partiti che dominiaro la storia britannica nei successivi cento cinquant’anni. Dalla prima formazione nacque, nel 1834, l’attuale Partito Conservatore inglese (a volte chiamato ancora Tory)  mentre dai Whigs ebbe origine nel 1859 il Partito Liberale disciolto nel 1988. 
Battle of Marston Moor, 1644.png

La Battaglia di Marston Moor, opera di J. Barker


Cromwell osserva il corpo di Carlo I, dipinto di Paul Delaroche.


King Charles I after original by van Dyck.jpg
Carlo I Stuart (Dunfermline, 19 novembre 1600 – Londra, 30 gennaio 1649) è stato re d'Inghilterra, Scozia, Irlanda eFrancia[4] dal 27 marzo 1625 fino alla sua morte, avvenuta il 30 gennaio (o il 9 febbraio, secondo il calendario inglese[5]) 1649 per decapitazione.

IL RE “PERDE” LA TESTA. La polveriera, infatti, esplose. A dar fuoco alle polveri, fu il figlio di Giacomo, Carlo I, salito al trono nel 1625. Il nuovo sovrano sciolse a più riprese il Parlamento fino a che si trovò a fronteggiare una grande ribellione parlamentare guidata da mercanti, artigiani, piccoli signori rurali e puritani, che come tutti i calvinisti erano fieri avversi di ogni autorità chesi proclamasse eletta da Dio, fosse il papa o il re. I ribelli trionfarono grazie al genio militare di Oliver Cromwell (1599-1658) che sconfisse i realisti sul campo di battaglia (a Marston Moor) e fece decapitare Carlo I per tradimento nel 1649. Per la prima volta in Europa un monarca veniva condanato a morte per volontà del popolo. Ma Cromwell si spinse oltre: liquidò la monarchia e trasformò l’Inghilterra in una repubblica di cui lui era padre e padrone
King Charles II by John Michael Wright or studio.jpg

ritratto di Carlo II
Carlo II Stuart (Londra, 29 maggio 1630 – Londra, 6 febbraio 1685) è stato re d'Inghilterra, Scozia, Irlanda e Francia[1]dal 30 gennaio 1649 (de iure) o dal 29 maggio 1660 (de facto), al 6 febbraio 1685.



IL RITORNO DEGLI STUART. Alla morte di Cromwell, stanchi del clima plumbeo imposto dal  puritanesimo di Stato, gli inglesi richiamarono dopo qualche tempo gli Stuart (1660), perché anche buona parte del Parlamento era convinta che solo la monarchia potesse garantire stabilità alla nazione. Ed effettivamente all’inizio le cose andarono bene, anche perché Carlo II, figlio del sovrano fatto decapitare da Cromwell, era più amante degli agi che della lotta. Venne chiamatono non a caso Merry monarch, il re allegro, per la sua passione per le feste di corte, i letterati e gli artisti, le donne. Fu un momento gaudente, quello che gli storici chiamano l’etàdella Restaurazione inglese,m Carlo II rimaneva uno Stuart e sotto le ceneri dei suoi modi concilianti covava l’invidia verso quello che accadeva nella vicina Francia, dove suo cugino Luigi XVI aveva imbrigliato la nobiltà, sciolto le assemblee parlamentari e si faceva chiamare il Re Sole. Le tensioni aumentarono col passare degli anni: il sovrano non aveva figli legittimi e avrebbe passato la corona al fratello Giacomo, di indole autoritaria e papista convinto. “Nello scontro in atto la componente religiosa era fondamentale. La società inglese era percorsa da correnti di pensiero e scelte di fede radicali e in aperto conflitto fra di loro. Queste trovarono un compromesso solo dopo una lotta sanguinosa, anche perché la religione comportava visioni del monto e della società, progetti sociali e politici molto diversi”, spiega ancora Prosperi.
La maggioranza degli inglesi temeva che un sovrano cattolico avrebbe gettato l’Inghilterra tra le braccia del papa, considerato da anglicani e calvinisti l’incarnazione dell’Anticristo, oppure che avrebbe fatto il gioco delle grandi potenze cattoliche del continente in primis la Francia. I membri del Parlamento più vicini alla borghesia e calvinismo si riunirono allora attorno al 1678 in una fazione denominata Whig e cercarono di opporsi all’elezione di Giacomo in tutti i modi, anche ricorrendo a dei sicari. Alla fine passò la linea dei Tories, la fazione del Parlamento vicino all’aristocrazia e all’anglicanesimo: meglio un re, seppur cattolico, piuttosto che l’anarchia sociale e religiosa che potevano portare i Whig. Fu un errore, perché ima volta salito sul trono Giacomo II si comportò con la grazia di un elefante in un negozio di cristalleria. Nel giro di tre anni con la sua politica filo-papale e il suo autoritarismo riuscì a scontentare tutti: i Tories, i Whigs e anche i cattolici inglesi che erano fedeli al papa fino a che il papa se ne stava a Roma e non ficcava il naso dei loro affari. Quando nel 1688 Giacomo ebbe il tanto da lui sospirato erede maschio, la prospettiva che si perpetuasse una dinastia cattolica sul trono inglese riunì sotto la stessa bandiera i Tories e i Whigs. Con un colpo di mano inatteso offrirono la corona d’Inghilterra al campione del calvinismo europeo, l’olandese Guglielmo d’Orange marito di Maria Stuart, figlia di Giacomo II ma di fede protestante. Guglielmo era il grande rivale di Luigi XIV e intravide la possibilità di separare definitivamente l’Inghilterra dalla Francia. .

Gallieno, un perdente di successo.

Gallieno, un perdente di successo.
Nel III secolo d.C., tra invasioni barbariche e crisi economica, un imperatore a lungo sottovalutato salvò Roma dalla distruzione, ritardandone la caduta.
 
Busto in marmo raffigurante un giovane Gallieno.
Rilievo sasanide a Naqsh-e Rustam raffigurante Sapore I che tiene prigioniero Valeriano e riceve l'omaggio diFilippo l'Arabo, inginocchiato davanti al sovrano sasanide.

« [...] Sapore I chiese di incontrarsi con l'imperatore romano, per discutere ciò che fosse necessario. Valeriano, una volta accettata le risposta senza neppure riflettere, mentre si recava da Sapore in modo incauto insieme a pochi soldati, fu catturato in modo inaspettato dal nemico. Fatto prigioniero, morì tra i Persiani, causando grande disonore al nome romano presso i suoi successori. »
(Zosimo, Storia nuova, I, 36.2.)
Primavera del 260 d.C., città di Edessa (Turchia meridionale): l’imperatore romano Valeriano, in guerra contro i Sassanidi, che minacciano le province orientali si trova faccia a faccia con il nemico, il re Sapore I. Valeriano, in posizione di svantaggio, spera di riuscire a strappare una tregua senza scendere in battaglia: i Sassanidi accettano di organizzare un incontro per discutere la pace, ma solo per attirarlo in una trappola e catturarlo. L’Impero romano è senza guida, proprio nel momento in cui i suoi confini sono più minacciati. A quel punto le redini deve prenderle il figlio Publio Licinio Gallieno, personaggio ambiguo e mal considerato, che sette anni prima Valeriano aveva associato al trono, tenendo per sé l’Oriente e affidando a lui l’Occidente. Odiato dai senatori e dalla storiografia ufficiale, che lo dipinse come il nuovo Nerone, Gallieno è stato rivalutato di recente dagli storici che gli hanno riconosciuto la capacità di barcamenarsi in un periodo difficilissimo tra tribù barbare che premevano e movimenti separatisti all’interno dello stesso impero. “Nonostante avesse uno stile di vita bizzarro che era criticato dai tradizionalisti, fu in grado di mantenere intatto il cuore dell’impero difendendolo dalle invasioni  dei barbari e dei Persiani”, ha spiegato John Jefferson Bray, uno dei principali biografi di questo personaggio.

Invasioni barbariche di Goti, Borani, Carpi, contemporanee a quelle dei Sasanidi di Sapore I, degli anni 252-256, durante il regno di Valeriano e Gallieno.



Publio Licinio Egnazio Gallieno (latino: Publius Licinius Egnatius Gallienus; 218 – Milano, 268) è stato unimperatore romano, dal 253 al 268, famoso per la sua riforma dell'esercito, nonché valente condottiero. Salì al potere insieme al padre Valeriano nel 253 e quando questi fu catturato dai Sasanidi (nel 260, dopo sette anni di regno[6]) rimase l'unico imperatore per altri otto anni[6], fino alla morte quando era cinquantenne.[6] Durante il suo regno ci furono due secessioni di territori dell'impero (l'Impero delle Gallie a occidente e il Regno di Palmira a oriente) e molti aspiranti imperatori.

BELLA VITA. Secondo la Historia Augusta, una raccolta di biografie dell’età imperiale, era un calcolatore freddo e determinato. Per dimostrarlo, si racconta in quelle pagine che questa sarebbe stata la sua reazione alla notizia della cattura del padre: “Non appena ebbe appreso della cattura di Valeriano, ripeté la frase pronunciata da un grandissimo filosofo in occasione della perdita del figlio: ‘Sapevo che mi aveva generato un uomo mortale’”. Perché tanta diffidenza nei suoi confronti? A Roma, erano soprattutto i senatori a non avere grande stima nei suoi confronti a causa dello stile di vita gaudente e un po’ sregolato. Sempre nella Historia augusta si legge: “Beveva sempre in coppe d’oro, disprezzando il vetro, e affermando che nessun materiale era più comune. Cambiava sempre qualità di vino e ne corso di uno stesso banchetto non beveva mai due volte la stessa qualità. Le sue concubine sedevano spesso sui triclini. La seconda portata disponeva di mimi e  buffoni“. Si tratta di testimonianze scritte dai suoi oppositori politici, ma probabilmente un nocciolo di verità c’é.

NEMICO NUMERO UNO. La classe senatoria, orma in declino da decenni vedeva in Gallieno un nemico da screditare: il nuovo imperatore, infatti, era nettamente a favore della classe sociale degli Equites (quella che oggi chiameremo classe media) fino a diventare il loro beniamino. Contemporaneamente, Gallieno fece di tutto per togliere il comando ai senatori: arrivò persino a proibire loro di assumere il comando delle unità militari, affidando la funzione dirigenziale dell’esercito all’emergente classe equestre. Senza mai rinunciare alle sue stravaganze.
“In primavera si faceva preparare giacigli di rose, costruiva castelli di frutta, conservava l’uva per tre anni, in pieno inverno imbandiva dei meloni. Insegnò il modo di conservare il mosto per tutto l’anno e offriva, anche fuori stagione, fichi verdi e frutta appena colta dagli alberi. Faceva sempre apparecchiare le tavole con tovaglie d’oro, facendosi preparare vasellame ornato di gemme e d’oro”. Tutto questo mentre l’economia dell’impero andava a rotoli a causa di epidemie di peste,, inflazione galoppante, commercio asfittico e carenza di materie prime. Il problema principale era rappresentato però dalle minacce esterne. Contro cui Gallieno dimostrò di saper fare il suo mestiere,


Mappa dell'Impero romano nel 270, con l'Impero delle Gallie a Occidente e il Regno di Palmira a Oriente.

ITINERANTE. Nel III secolo, regnare significava combattere. Bisognava lottare contro le secessioni interne, ma soprattutto respingere orde di barbari. Per farlo, servivano fiumi di denaro, ottenuti spremendo i sudditi fino all’ultima goccia. Gallieno, nonostante il banditismo dilagante e l’instabilità sociale, non si fece problemi a richiedere ulteriori sacrifici al popolo. E va detto, che quei soldi li fece fruttare. Per gran parte del regno, Gallieno non ebbe una corte fissa: si ritrovò a correre su e giù per il Reno e il Danubio alla testa di imponenti eserciti. Un compito non facile , considerando la vastità dell’impero: era come cercare di tappare un colabrodo: “Il sistema difensivo dell’Impero romano, a partire dal II secolo d.C., non era più in grado di sostenere una seriedi attacchi simultanei in vari punti della frontiera”, ha spiegato Jefferson Bray. Nonostante ciò, Gallieno seppe sconfiggere e contenere i peggiori nemici di Roma: Franchi, Alemanni e Goti. Il suo segreto? Formò per la prima volta riserve strategiche, composte da truppe molto mobili e bene equipaggiate, e aumentò il peso della cavalleria. Partendo da basi strategiche come quella di Sirmium (in Serbia)o di Milano, i cavalieri scelti da Gallieno erano in grado di affrontare gli attacchi molto più rapidamente rispetto alle fanterie.

INGRATO TRADIMENTO. Dove non poteva arrivare, ci mise una pezza mandando in vece i suoi uomini migliori. A difesa dell’Oriente, puntò tutte le sue carte su Odenato, re arabo di Palmira, ed ebbe ragione. La situazione in quel settore si era fatta critica dopo che il prefetto dell’Egitto, Mussio Emiliano, si era proclamato imperatore bloccando i rifornimenti di grano e affamando Roma. Forte del titolo di corrector totius Orientis, Odenato riuscì a ripristinare l’autorità imperiale. In patria, di Gallieno, più che ammettere la lungimiranza,, si riconosceva l’animo nobile “In verità Gallieno si segnalava, non lo si può negare, tanto nell’oratoria, quanto nella poesia e in tutte le altri arte”, puntualizza la solita Historia Augusta. Il peggio venne quando a rivoltarsi contro di lui furono gli stessi generali. Uno di questi, Aureolo, si ribellò per cerca di spodestarlo: tradito da quello che fino a pochi giorni prima era stato un amico personale, l’imperatore fu assassinato dai suoi nel 268. In anni cruciali per la storia di Roma, aveva difeso i territori imperiali da decine di invasioni. I frutti dei suoi successi, screditati da una cattiva stampa, sarebbero poi stati usati dai successivi imperatori Aureliano e Diocleziano: il primo avrebbe riunificato l’impero ponendo fine alle secessioni, mentre il secondo avrebbe riformato l’amministrazione romana. Insomma, tanta fatica fatta per apparecchiare la tavola ad altri.


Articolo in gran parte di Gabriele Esposisto pubblicato su Focus storia n. 141 altri testi e foto da Wikipedia.